'AL, correzione o no? Canonisti al lavoro'. Osservazioni ad un articolo de La Nuova Bussola Quotidiana

Da alcune osservazioni su un articolo de La NBQ vengono fuori puntualizzazioni sull'atto di correzione formale preannunciato dal card. Burke.

Leggo su La Bussola quotidiana un articolo di Lorenzo Bertocchi [qui] sulla “correzione formale” del Papa richiamata dal cardinale Raymond Leo Burke fin dal novembre 2016 [qui], dopo la mancata risposta [non semplicemente dopo la pubblicazione come afferma l'articolista] ai cinque dubia [qui] espressi pubblicamente circa l'ambigua interpretazione di alcuni passaggi dell'esortazione post-sinodale Amoris laetitia. Recentemente la correzione è tornata all'attenzione in quanto confermata dallo stesso Cardinale [qui].
Ho incontrato personalmente l'autore anni fa in alcune riunioni di Vaticanisti e studiosi. Ricordo l'ultima occasione: una convocazione, nel 2011, per invitarci a tenere un profilo basso nel dar notizia della ventilata presenza di Benedetto XVI ad Assisi, dandoci assicurazioni che i nostri timori, espressi avuto riguardo ai precedenti,  non avevano ragione di permanere. Ne avevo riferito qui - qui - qui. Invece poi è andata diversamente...
Riscontro nell'articolo lo stesso linguaggio felpato di quegli ambienti nell'affrontare l'argomento che, in questo caso, attenua e sminuisce la valenza pubblica e l'autorevole inedita contundenza dell'azione e del messaggio del nostro Cardinale.  

L'esposizione dei fatti
Viene sommariamente indicata la situazione attuale. Cito:

Burke, che è uno dei 4 cardinali che hanno sottoscritto i dubia, gli altri sono il defunto Jochim Meisner, e i cardinali Walter Brandmuller e Carlo Caffarra, in una recente intervista al sito tradizionalista statunitense The Wonderer, ha spiegato cosa intende quando parla di “correzione formale”. Si tratterebbe, a suo parere, di una affermazione sui punti controversi di «ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio, sulla famiglia, sugli atti intrinsecamente malvagi e così via». Quindi, sarebbe una esplicitazione «degli insegnamenti chiari della Chiesa» rispetto ai dubia.
Alcuni elementi di discussione
Vengono quindi riportati tre elementi nuovi:
  1. Un grande teologo domenicano, padre Aiden Nichols, con insegnamenti a Oxford e all'Angelicum di Roma, ha sollevato una questione importante connessa alla possibile “correzione formale”. In una conferenza presso una società ecumenica, la Fellowship of St. Alban e St. Sergius, ha detto che, a suo parere, né i codici occidentali, né quelli orientali della legge canonica contengono una procedura che comprende la possibilità di una “correzione formale” del pontefice. Eppure, sostiene Nichols, «tenendo conto dei limiti previsti dall'indeffettibilità papale, la legge canonica potrebbe prevedere una procedura formale per indagare se un papa avesse insegnato errori». La prospettiva di studio indicata è suggestiva e riguarda, appunto, un lavoro da compiere sul codice di diritto canonico. L'interesse è alto anche perchè la formalizzazione di una ipotesi di questo tipo andrebbe in qualche modo ad approfondire i contorni del dogma dell'infallibilità stabilito dal concilio Vaticano I.
  2. Il canonista statunitense Edwar Peters, nel replicare [qui] a Nichols che già ora il canone prevede limiti alla libertà di azione del pontefice1, afferma inoltre:  «la tradizione, non la legge canonica, impegna la Chiesa ad accettare una serie di verità (…) in modo tale che un Papa che improvvisamente le sfidasse, o avesse accondiscendenza per altri che lo fanno, avrebbe bisogno di preghiere urgenti e sarebbe un oggetto appropriato per una qualche correzione».
  3. Il cardinale Walter Brandmuller in uno studio apparso sulla rivista tedesca Die Neue Ordnung. Da storico, il cardinale rileva la presenza di una tradizione, che risale al V secolo, per cui un papa appena eletto comunicherebbe la sua professione di fede (Professio fidei). In uno di questi testi, risalente forse al VII secolo, «il nuovo papa dichiara la vera fede così come è stata fondata da Cristo, passata a Pietro, e poi trasmessa dal suo successore fino all'ultimo papa appena eletto, così come l'ha trovata nella Chiesa e che ora desidera proteggere con il proprio sangue». Inoltre, il nuovo papa si impegna a confermare e conservare tutti i “decreti” dei suoi predecessori. Secondo Brandmuller la Professio fidei dei papi sono sempre state fatte e concepite in «reazione a gravi minacciose crisi di fede», e conclude il suo studio dicendo che «chiunque considera questa scoperta storica alla luce del nostro tempo può ben chiedersi quale conclusione si possa trarre per la Chiesa dei nostri giorni». 
Osservazioni 

Un argomento del genere viene peraltro liquidato in poche essenziali battute senza alcun riferimento a puntuali dichiarazioni, che cito di seguito, al riguardo già espresse molto chiaramente dal cardinale, le quali già contengono le risposte alle obiezioni mossegli. Ciò rende l'informazione incompleta a scapito dei fedeli comuni; il che alla fine fa il gioco dei 'rivoluzionari' perché aumenta la confusione mentre smorza l'importanza e l'autorevolezza di un'azione necessaria improntata da rispetto e parresìa. Essa è conseguenza e non causa della crisi.
Ecco le chiare inequivocabili parole pronunciate dal card. Burke a Louisville (Kentucky) il 22 luglio scorso [qui]. Stralcio la citazione che segue :
"" [...] Sento il dovere di correggere la comprensione dei fedeli sull'insegnamento della Chiesa e sulle dichiarazioni del Papa col metodo di distinguere, come ha sempre fatto la Chiesa, le parole dell'uomo che è papa dalle parole del papa come vicario di Cristo in terra. Nel Medioevo, la Chiesa ha parlato dei due 'corpi' del Papa: il corpo dell'uomo e il corpo del Vicario di Cristo. Infatti, la tradizionale vestizione papale, in particolare la mozzetta rossa con la stola raffigurante gli Apostoli San Pietro e Paolo, rappresenta in modo visibile il vero corpo del Papa quando esalta l'insegnamento della Chiesa.
Negli ultimi tempi la Chiesa non è stata abituata a un romano pontefice che parli pubblicamente in stile colloquiale. Infatti, c'è sempre stata grande cura, nel far sì che qualsiasi parola del papa destinata alla pubblicazione sia chiaramente in accordo con il Magistero. (...) Papa Francesco ha scelto di parlare spesso nel suo primo corpo, quello dell'uomo che è Papa. Infatti, anche nei documenti che in passato hanno rappresentato un insegnamento più solenne, egli afferma chiaramente che non sta offrendo insegnamenti magisteriali ma il suo pensiero. Tuttavia coloro che sono abituati ad un diverso modo di parlare papale vogliono fare di ogni sua affermazione Magistero. Ciò è contrario alla ragione e a ciò che la Chiesa ha sempre creduto. È semplicemente sbagliato e dannoso alla Chiesa ricevere ogni dichiarazione del Santo Padre come espressione dell'insegnamento papale o magistero.
La distinzione tra di due tipi di discorso del Romano Pontefice non è in alcun modo irrispettosa dell'Ufficio Petrino. Tanto meno costituisce inimicizia nei confronti di Papa Francesco. Infatti, al contrario, dimostra il massimo rispetto per l'Ufficio Petrino e per l'uomo a cui il Nostro Signore lo ha affidato. Senza la distinzione, potremmo facilmente perdere rispetto per il Papato o essere indotti a pensare che, se non siamo d'accordo con le opinioni personali dell'uomo che è romano pontefice, dobbiamo rompere la comunione con la Chiesa. In ogni caso, qualsiasi dichiarazione del Romano Pontefice deve essere compresa nel contesto dell'insegnamento e della pratica costante della Chiesa, affinché la confusione e la divisione dell'insegnamento e della pratica della Chiesa non entrino nel suo corpo a grande danno delle anime e grande danno dell'evangelizzazione del mondo. Richiamo le parole si San Paolo all'inizio della Lettera ai Galati, una comunità dei primi cristiani in cui si era diffusa grave confusione e divisione. Come buon pastore del gregge, San Paolo ha scritto le seguenti parole per affrontare la situazione più preoccupante:
Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n'è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L'abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo! (Gal 1, 6-10)
Pur mantenendo saldamente la fede cattolica per quanto riguarda l'Ufficio Petrino, non possiamo cadere in un'idolatria del papato che renda ogni parola pronunciata dal Papa come dottrina, anche se viene interpretata in modo contrario alla stessa parola di Cristo, ad esempio, per quanto riguarda l'indissolubilità del matrimonio (Cf. Mt 19, 9). Piuttosto, con il Successore di Pietro, dobbiamo cercare di comprendere sempre e più pienamente la parola di Cristo, per vivere in modo sempre più  perfetto"". [fine citazione card. Burke]
E ancora più specificamente, ecco altre precisazioni del cardinale Burke, in un'intervista "candida" cioè "franca", col suo aperto e chiaro parlare che, grazie a Dio, appare proprio quello di chi procede ormai diritto allo scopo senza curarsi delle conseguenze pratiche per la sua persona, nello spirito di un san Paolo, con lo sguardo fisso alla meta della restaurazione della Verità insegnata da Cristo, per la salvezza delle anime [qui]. Cito:
Un tale atto di correzione formale pur essendo qualcosa di raro nella vita della Chiesa, non è senza precedenti.
Nel XIV secolo Papa Giovanni XXII venne pubblicamente sfidato da cardinali, vescovi e teologi laici dopo aver negato la dottrina secondo la quale le anime dei giusti sono ammesse alla visione beatifica dopo la morte, insegnando invece che essa è rimandata fino alla risurrezione generale alla fine dei tempi. Infine Papa Giovanni ritrattò la sua posizione, in parte grazie al fatto che teologi dell'Università di Parigi avevano pubblicato una lettera congiunta, che professava totale obbedienza al papa, pur facendogli presente che il suo insegnamento contraddiceva la fede cattolica.
Burke ha definito  la procedura del correggere gli errori di un pontefice un "modo di salvaguardare il suo ufficio e il relativo esercizio.
Ed ha chiarito: "Tutto ciò nell'assoluto rispetto per l'ufficio del Successore di Pietro".
Inoltre, rispondendo alla domanda : "l’intenzione di emanare una correzione formale qualora fosse necessario. È un progetto che sta ancora in piedi?". Cito:
Certo. Si tratta dello strumento standard della Chiesa per affrontare una situazione del genere. E sì, ci sono altri cardinali che condividono le nostre posizioni. Non voglio entrare in tema di numeri. Si deve ricordare che qui l’unico criterio valido è la verità. Ci sono stati casi esemplari: si pensi ad Enrico VIII e al suo desiderio di risposarsi prima che il suo primo matrimonio fosse dichiarato nullo; in quel frangente tutti i vescovi dell’Inghilterra tranne San Giovanni Fisher hanno sostenuto l’errore, ma solo San Giovanni Fisher è diventato santo perché ha difeso la verità. E tutti noi cardinali e vescovi della Chiesa abbiamo la responsabilità di difendere la verità; non fa alcuna differenza se sembriamo numerosi o se sembriamo troppo pochi: è la verità di Cristo che deve essere insegnata.
A passi felpati
La scarna esposizione conclusiva del punto di vista dell'articolista, che lo estende al suo contesto, di fatto, dice e non dice, mantenendo un atteggiamento distaccato da spettatore indifferente, mentre si tratta di una questione che tocca le nostre corde più profonde. Il risultato è una diminutio dell'azione dei cardinali (dei quali Burke è il capofila) e del preannunciato atto formale di correzione. Questo non giova a diradare il fumo sempre più fitto e dunque la confusione ingravescente che regna sovrana; così come non giova né alla verità né, di conseguenza, alla salus animarum. 

E invece...

Come ricordava Paolo Pasqualucci,  ci troviamo di fronte ad un caso senza precedenti di un Papa che rifiuta ostinatamente di chiarire i 5 Dubia ovvero di esercitare un suo ministero. Si configura una omissione di atti d'ufficio. D'altronde il suo silenzio è spiegabile con la ragione che i Dubia lo inchiodano. Infatti, se egli risponde ribadendo (come suo dovere) la dottrina di sempre, condanna di fatto come contraria alla fede l'interpretazione di AL di quelli che egli ha sempre appoggiato (Kasper, Schoenborn, etc, varie Cei), peraltro da lui espressamente avallata con la famosa lettera ai vescovi argentini [qui - qui] ("non ci sono altre interpretazioni"). Se risponde in modo da autorizzare le nuove ed eterodosse interpretazioni, si espone all'accusa di eresia.

La situazione è oggettivamente grave, molto grave. Ma è una stretta obbligata alla quale bisognava pur arrivare. I 3 cardinali devono pertanto agire con molta calma, dopo aver esperito tutti i tentativi formali di indurre il Papa ad una resipiscenza. In ogni caso lo stesso cardinale Burke ha affermato che i fedeli cattolici delusi dal governo della Chiesa da parte di Papa Francesco non devono indulgere ad alcuna nozione di "scisma". E ha detto: "La gente parla di uno scisma de facto. Sono assolutamente contrario a qualunque forma di scissione formale - uno scisma non potrebbe mai essere corretto ".

Da quando esiste il cardinalato (sono circa 10 secoli) un'iniziativa come quella dei 4 Cardinali non pare sia mai stata presa, tranne casi esemplificati dallo stesso card. Burke (vedi supra). Si tratta di un atto oggettivamente rivoluzionario, fatto il quale non è poi possibile tornare indietro. La loro azione è comunque legittima:
  1. l'intervento dottrinale rientra nei loro compiti di assistenti del Papa (sono anche vescovi). 
  2. Ci troviamo in uno stato di necessità molto serio che investe tutta la Chiesa, dato che ai fedeli, dal Vat. II, non viene più insegnata la vera dottrina cattolica. 
  3. Lo stato di necessità autorizza interventi straordinari e fornisce esso stesso gli strumenti giuridicamente validi per mettere in pratica una vera e propria "supplenza dottrinale" da parte dei cardinali (analogia con la "giurisdizione supplita" che la Costituzione divina della Chiesa offre ai vescovi in caso di stato di necessità, per il bene delle anime private della retta guida). 
Si tratta di un evento drammatico nella storia della Chiesa. Si prefigura un atto oggettivamente rivoluzionario, fatto il quale non è poi possibile tornare indietro. Esso può avere conseguenze epocali ed anzi si spera le abbia, nel senso giusto, si intende; nel senso cioè di provocare finalmente un inizio di ritorno della Gerarchia all'insegnamento della retta dottrina, oscuratasi a partire dal Concilio. Quest'evento si sta avvicinando sempre più. Va accompagnato e sostenuto con la nostra preghiera ma anche con il nostro fattivo supporto.
Maria Guarini, 23 agosto 2017
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1. Prima del richiamo alla Tradizione, la previsione canonica tirata in ballo da Peters si baserebbe sull'opinabile nuova teoria del doppio soggetto ordinario e supremo della Chiesa (il Papa e il collegio episcopale) [vedi]. Ma, lasciato da parte il CJC e richiamandoci alla Tradizione, in ogni caso il papa non ha un potere assoluto. La sua autorità incontra - oltre ai limiti riferiti alla costituzione essenziale della Chiesa, alla legge divina e al diritto naturale - i limiti dogmatici che lo vincolano alla rivelazione e alla testimonianza autorevole codificata in maniera autoritativa dai Papi suoi predecessori: è questa l'unica testimonianza autorevole che la Chiesa può dare di se stessa. Altrimenti siamo nell'arbitrio, che sfocia nell'anomia e porta al sovvertimento di un ordine mirabile che si sta cercando di intaccare. 

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