Francesco o Benedetto: chi è il Vero Papa?

Siamo molto grati al nostro lettore Carlo Schena, che ci offre nella sua traduzione e col consenso degli autori, Robert Siscoe e John Salza, il saggio che riprendiamo di seguito che chiarisce alcuni dubbi circa il "ministero petrino allargato”, la “mafia San Gallo” e, in generale, la legittimità di Papa Francesco.

Diciamocelo. Molti cattolici - e non solo i tradizionalisti “duri e puri" - si stanno chiedendo se Francesco sia il vero Papa. I problemi che hanno dato vita a questi interrogativi sono di pubblico dominio, ma hanno lasciato molti cattolici in uno stato di confusione. Al di là di quelli che hanno denunciato Francesco come un antipapa, molti altri semplicemente non sanno cosa credere, o nemmeno quali principi li dovrebbero guidare nel formarsi un proprio giudizio. Recentemente, una scrittrice cattolica ha affermato che "non abbiamo l'autorità" di dichiarare Francesco un antipapa, e che “Francesco è il Papa finché un futuro Papa dirà che non lo è.” Ma, l’autrice, nello stesso articolo, dice poi di non avere "alcuna vera obiezione verso chi pensasse che, forse, Bergoglio è un antipapa” fino a concludere che “ci si può anche credere” [che Francesco sia un antipapa] [1]. La confusione e le contraddizioni sembrano la norma, anche tra i cattolici più informati.

In questo articolo, affronteremo la controversia riguardante la discutibile rinuncia di Papa Benedetto e se Francesco “il vescovo di Roma" sia il legittimo Papa. Fin da subito dobbiamo chiarire che non è nostro intento fornire risposte definitive a tutte le domande in gioco, ma solo applicare i principi corretti e mostrare quello che ci sembra chiaro essere il giusto approccio che un cattolico dovrebbe tenere, nel tentativo di non perdere la bussola nella sempre peggiore crisi della Chiesa e del papato.

Quali sono i problemi che portano alcuni ad avere dubbi o a rinnegare la legittimità di Francesco? La prima questione riguarda la validità della rinuncia di Benedetto. Alcuni credono che sia stato obbligato ad abdicare, altri che la sua rinuncia non sia stata un “libero atto” (requisito di validità); altri si appellano alle irregolarità nelle parole della sua rinuncia, che metterebbero in dubbio le sue intenzioni (voleva davvero rinunciare all'ufficio papale o solo al suo esercizio attivo?). Un altro problema spesso sollevato riguarda la validità della elezione di Francesco. Questi dubbi nascono dalla cospirazione, pubblicamente ammessa, della “mafia clericale” (il gruppo di San gallo) per eleggerlo. Una tale congiura non solo è illecita, ma commina a coloro che vi hanno preso parte la scomunica latae sententiae. Un'ultima questione che porta alcuni a dubitare della legittimità di Francesco e il danno che sta facendo alla Chiesa, e alle anime, attraverso i suoi scandalosi ed erronei insegnamenti, che stanno deviando le une anime dalla retta dottrina e confermando nei loro errori e peccati le altre. Ciò è reso ancora più grave dal fatto che, a differenza dei suoi recenti predecessori che minavano la dottrina Cattolica - spesso sotto lo specioso pretesto di unità e pace globale (il dichiarato scopo degli incontri di preghiera di Assisi) - Francesco ha diretto il suo attacco sulla stessa legge naturale, con l'ingannevole pretesto della misericordia e della compassione per i peccatori.

Certi vedono in una o più di queste criticità una ragione per rigettare Francesco a favore di Benedetto, pensando che sia la miglior soluzione per spiegare questo disastroso pontificato, così da poter sostenere che tutte queste iniquità non vengano davvero dal Papa, ma da un antipapa. Ironicamente, comunque, molte di queste persone erano anche molto critiche di Benedetto durante il suo regno, al punto di accusarlo di essere un pubblico promotore della idolatria (ad esempio, con Assisi 2011), ed un arci-modernista che rigetta fondamentali dottrine di fede, come la resurrezione del corpo, [2] e che già nei primi anni ’70 caldeggiava la comunione ai divorziati e risposati [3].

Se non c'è dubbio che il pontificato di Francesco sia stato finora un disastro, altri hanno sostenuto che Benedetto sia stato anche più pericoloso, dal momento che le sue “vesti d'agnello” sono state apparentemente molto più convincenti. Chi è più pericoloso: uno che sotto spoglie “tradizionali” subdolamente inganna i fedeli e li induce in errore, o uno che, facilmente riconoscibile quale lupo dal vero fedele, conferma, nel loro errore, solo coloro che già ne sono vittime? Il punto che la controversia non è tra un Papa integralmente tradizionale (Benedetto) e un Papa liberale (Francesco), ma piuttosto tra due uomini fatti della stessa pasta modernista. La principale differenza sta nella personalità e nel metodo. Francesco, che recentemente ha detto “io sono, per natura, irresponsabile” [4], è senza scrupoli e distruttivo, mentre Benedetto era più discreto. Entrambi sono profondamente radicati negli errori moderni, e intrisi di modernismo, il che spiega perché, mentre altri sono rimasti scandalizzati da Francesco, Benedetto lo ha pubblicamente elogiato. Ad esempio, Benedetto ha recentemente affermato: “Grazie soprattutto a Lei, Santo Padre! La Sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente. Più che nei Giardini Vaticani, con la loro bellezza, la Sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto. Grazie anche della parola di ringraziamento, di tutto. E speriamo che Lei potrà andare avanti con noi tutti su questa via della Misericordia Divina, mostrando la strada di Gesù, verso Gesù, verso Dio.” Nel suo ultimo libro, Benedetto afferma di non vedere “alcuna contraddizione” tra il suo papato e quello di Francesco, fino a lodarlo per la “nuova freschezza nella Chiesa, una nuova gioia, uno nuovo carisma che colpisce la gente, il che è qualcosa di bello” [5]. Quelli che rigettano Francesco in favore di Benedetto direbbero mai qualcosa di simile? Improbabile.

Inizieremo affrontando la controversia riguardo alla rinuncia di Papa Benedetto.

La rinuncia di Benedetto

Durante la Messa di Incoronazione di Benedetto XVI, il 24 aprile 2005, il papa neoeletto disse: “Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi” [6]. Meno di otto anni dopo, Benedetto sarebbe stato il primo papa in oltre sette secoli a rinunciare al papato. Alcuni hanno affermato che la rinuncia fosse l’avveramento di una facile profezia per Benedetto, e che egli stesse poi fuggendo dai lupi da cui sapeva di essere circondato.

Un Libero Atto?

Circa le rinunce papali, il codice di diritto canonico del 1917 chiarì un punto dibattuto per secoli dai teologi. Tale questione era se la rinuncia dovesse essere accettata dalla Chiesa per essere valida. Circa questo punto recentemente dibattuto, il Bellarmino scrisse: “io dico che il Romano Pontefice non può rinunciare al pontificato senza il consenso della Chiesa” [7]. Francesco Suarez difese l'opinione contraria [8] e questa posizione fu codificata nel codice del 1917 il quale dispone che, contrariamente all'opinione del Bellarmino, il consenso della Chiesa non è necessario perché un Papa rinunci validamente [9]. Tutto ciò che è richiesto è che la rinuncia “sia fatta liberamente e debitamente manifestata” [10]. Ed è che incontriamo due obiezioni opposte alla validità della rinuncia di Benedetto.
Alla luce dello scandalo “Vatileaks” e del dossier in due volumi di 300 pagine [11] consegnato a Benedetto il giorno prima della rinuncia, attestante corruzione, ricatti e una rete sotterranea di omosessuali all'interno del Vaticano (magicamente scomparso dalle prime pagine dopo l’annuncio della rinuncia), al quale si aggiunga che il sistema bancario SWIFT aveva bloccato tutte le transazioni finanziarie nella Città del Vaticano [12] (per poi sbloccarsi appena dopo l’annuncio della rinuncia), alcuni hanno comprensibilmente sostenuto che la rinuncia di Benedetto non sia stata un “libero atto”, ma sia stata causata proprio da quei “lupi” di cui aveva parlato alla sua Messa di Incoronazione. Queste persone sostengono che questo mette in dubbio la validità dell'atto, dal momento che, in base al diritto canonico [13] la rinuncia al papato non liberamente fatta sarebbe nulla e invalida [14]. Un problema con questa teoria è che lo stesso Benedetto ha dichiarato pubblicamente, più volte, che la sua rinuncia non è stata forzata [15], e che è stata fatta “con piena libertà” [16]. Lo ha ripetuto nuovamente nel suo recente libro, quando ha detto:
“Non si è trattato di una ritirata sotto la pressione degli eventi o di una fuga per l’incapacità di farvi fronte. Nessuno ha cercato di ricattarmi. Non l’avrei nemmeno permesso. Se avessero provato a farlo non me ne sarei andato perché non bisogna lasciare quando si è sotto pressione.” [17]
Non sarebbe potuto essere più chiaro nell’affermare che la sua rinuncia non è stata forzata. Così, se lo prendiamo in parola, dobbiamo ritenere che la rinuncia di Benedetto sia certamente stata un libero atto. A dispetto degli eventi controversi che fecero da contorno alla sua rinuncia, non ha mai dato motivo di credere altrimenti.

Ma i ripetuti pronunciamenti pubblici di Benedetto sul fatto che la sua rinuncia sia stata “liberamente fatta” non hanno soddisfatto tutti dal momento che, dicono, quelle stesse dichiarazioni potrebbero essere state a loro volta estorte. Per prevenire dubbi di questo tipo, il Cardinale Brandmüller ha recentemente proposto che, per il futuro, la decisione di rinuncia al pontificato dovrebbe essere presa con la cooperazione e la consultazione del Collegio dei Cardinali, come nel caso della rinuncia di Papa Celestino, piuttosto che essere sbattuta in faccia alla Chiesa senza alcun preavviso, come nel caso di Benedetto.

Alla luce dei dubbi e della confusione che la rinuncia estemporanea di Benedetto ha causato in alcuni, possiamo certamente vedere la saggezza delle raccomandazioni di Brandmüller. Ma rimane il fatto che ogni dubbio riguardante la libertà dell’atto rimane una mera speculazione, che contraddice la immutata testimonianza pubblica dello stesso Benedetto, che solo sa se l’atto sia stato libero o meno. In realtà, non solo ha dichiarato che la sua rinuncia sia stata fatta liberamente, ma anche che “non c’è il minimo dubbio a proposito della validità”, e perfino che qualsiasi “speculazione circa la sua invalidità è semplicemente assurda” [18].

In base a questa invariata testimonianza del “Papa Emerito”, non ci sono di certo sufficienti dubbi circa la validità della rinuncia, basati sul fatto che l’atto stesso non sia stato compiuto liberamente. Tutti questi dubbi sono meramente speculativi, e così non assurgono al livello di dubbio positivo e probabile, richiesto dal diritto canonico per giustificare 1) il formarsi un giudizio privato contrario al pubblico giudizio della Chiesa (che ritiene Francesco il legittimo Papa), o nemmeno 2) il dare un giudizio sospensivo sulla questione [19]. Per di più, la teologia morale richiede che prendiamo sempre la via più cauta [20], la quale, nel caso concreto, è il sottomettersi al giudizio della Chiesa (e non rigettandolo sulla base di mere speculazioni), specialmente dal momento che agire così non è in alcun modo peccato, e certamente in armonia con la tradizione e la pratica cattolica.

I Dubbi sulle intenzioni

Una seconda eccezione spesso opposta alla validità della rinuncia riguarda non la libertà ma la intenzione dell’atto. Benedetto voleva davvero rinunciare all’ufficio papale, o solo al “suo esercizio attivo”?

Diarchia Papale

Dopo la rinuncia di Benedetto, alcuni iniziarono ad indicare i potenziali problemi nelle parole usate nella rinuncia, o, si potrebbe dire, nel modo in cui la rinuncia è stata manifestata. Stefano Violi, stimato professore di diritto canonico alle facoltà di teologia di Bologna e Lugano, ha pubblicato uno studio che comprende una dettagliata analisi del testo latino. Il professore ha affermato che una attenta disamina del documento rivela che Papa Benedetto non ha inteso rinunciare completamente all’ufficio Papale (il munus petrinus) ma solo all’esercizio di quello (l’agendo et loquendo). Egli ritiene che questa intenzione sembra avere essenzialmente diviso in due il papato, trasformando la monarchia papale in una diarchia papale.        
Commentando lo studio di Violi, Vittorio Messori ha scritto:
“Benedetto XVI non ha inteso rinunciare al munus petrinus, all’ufficio, al compito, cioè, che il Cristo stesso attribuì al capo degli apostoli e che è stato tramandato ai suoi successori. Il papa ha inteso rinunciare solo al ministerium, cioè all’esercizio, all’amministrazione concreta di quell’ufficio.”
Poi, commentando la precisa terminologia usata da Papa Benedetto, Messori ha aggiunto:
“Nella formula impiegata da Benedetto, si distingue innanzitutto tra il munus, l’ufficio papale, e la executio, cioè l’esercizio attivo dell’ufficio stesso.  Ma l’executio è duplice: c’è l’aspetto di governo che si esercita agendo et loquendo, lavorando ed insegnando. Ma c’è anche l’aspetto spirituale, non meno importante, che si esercita orando et patendo, pregando e soffrendo. È ciò che starebbe dietro le parole di Benedetto XVI: <<Non ritorno alla vita privata …. Non porto più la potestà di guida nella Chiesa ma, per il bene della Chiesa stessa e nel servizio della preghiera, resto nel recinto di San Pietro>>. Dove “recinto” non andrebbe inteso solo nel senso di un luogo geografico dove vivere ma anche di un “luogo” teologico.
Poco dopo, Messori cita dallo studio del Professor Violi:
“Benedetto XVI si è spogliato di tutte le potestà di governo e di comando inerenti il suo ufficio, senza però abbandonare il servizio alla Chiesa: questo continua, mediante l’esercizio della dimensione spirituale del munus pontificale affidatogli. A questo, non ha inteso rinunciare. Ha rinunciato non al compito, che non è revocabile, bensì alla sua esecuzione concreta”
Alcuni hanno sostenuto che questo inedito atto di Papa Benedetto spiega perché ha deciso di mantenere lo stemma papale, perché continua ad indossare la tonaca bianca, e perché, anziché ritornare al suo nome pre-papale di Joseph Ratzinger, ha deciso per il titolo di “Sua Santità Benedetto XVI, Papa Emerito”. Il giornalista e intellettuale italiano Antonio Socci, che è stato uno dei primi a mettere pubblicamente in dubbio la rinuncia papale, ha citato le parole del fidato segretario di Papa Benedetto, l’arcivescovo Georg Ganswein, il quale, poco dopo la rinuncia, ha spiegato che la ragione per cui Papa Benedetto a mantenuto il suo nome papale è che “crede che il suo titolo corrisponda alla realtà”.

In un recente discorso tenuto alla Pontificia Università Gregoriana il 20 maggio 2016 [qui - qui], in occasione della presentazione di un libro sul pontificato di Benedetto, l’arcivescovo Georg Ganswein, che rimane il segretario personale di Benedetto, ha nuovamente ripetuto che Papa Benedetto non ha inteso rinunciare all’ufficio papale. Piuttosto, ha spiegato l’arcivescovo, l’intenzione di Benedetto era quella di espandere il papato essenzialmente dividendolo in due, proprio come il Professor Violi ha osservato nel suo studio pochi anni prima. Ganswein ha iniziato dicendo: 
“Io ero presente quando Benedetto XVI, alla fine del suo mandato, si è tolto l’anello piscatorio, come è usanza dopo la morte di un Papa, anche se in questo caso era ancora vivo! Ero presente quando, d’altra parte, ha deciso di non lasciare il nome che aveva scelto, come invece aveva fatto Papa Celestino V quando, il 23 dicembre 1294, pochi mesi dopo l’inizio del suo ministero, tornò di nuovo Pietro del Morrone.” 
Ha poi aggiunto:
“Dal febbraio 2013 il ministero papale non è dunque più quello che era prima. È e rimane il fondamento della Chiesa Cattolica; eppure è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e permanentemente trasformato durante il suo eccezionale pontificato … Dalla elezione del suo successore Francesco, il 13 marzo 2013, non ci sono quindi due papi, ma de facto un ministero allargato - con un membro attivo ed un membro contemplativo. Questa è la ragione per cui Benedetto XVI non ha abbandonato il suo nome né la veste bianca. Questo spiega anche perché il nome corretto con cui rivolgersi a lui, anche oggi, è “Sua Santità”; ed anche perché non si è ritirato in un isolato monastero, ma dentro il Vaticano - come se avesse solamente fatto un passo a lato per fare spazio al suo successore in una nuova epoca della storia del papato…”
Va da sé che nessuno, nemmeno un Papa, ha l’autorità per mutare la natura del papato espandendolo fino a includere due uomini viventi - “un membro attivo ed un membro contemplativo”. Un uomo diventa Papa quando Dio unisce l’uomo eletto (la materia) al pontificato (la forma); e cessa di essere Papa o con la morte, o quando Dio separa l’uomo dal pontificato, sia ciò dovuto al crimine di eresia (accertato dal giudizio della Chiesa) o a rinuncia. Come spiega il Gaetano, un uomo è reso Papa per la sola giurisdizione; e, in base alla volontà di Cristo che ha fondato il papato, solo un uomo alla volta può possedere la giurisdizione papale. Dunque, Benedetto è o il Papa o un ex-Papa; senza dubbio non è il membro di un “ministero petrino allargato” che include due Papi.

Se il papato potesse essere esteso fino a includer due uomini, perché mai non poterebbe essere ulteriormente esteso a tre, quattro o anche dodici uomini? Inutile dirlo, questo porterebbe in breve a uno scisma con vari gruppi che scelgono il “Papa” che più gli aggrada. Come spiega S. Girolamo, solo “uno è eletto, perché attraverso quella scelta di un [singolo] capo, ogni occasione di scisma sia rimossa” [21].

Difetto di intenzione

La questione della diarchia papale fa sorgere interrogativi sulla intenzione di Benedetto. Se la sua intenzione non era di rinunciare all’ufficio papale, ma di espandere il ministero petrino e di rinunciare solo a una porzione dell’esercizio di quello (l’agendo et loquendo), tale difettosa intenzione renderebbe nulla la sua rinuncia? O forse Dio, a dispetto di questa intenzione viziata, scioglierebbe nondimeno il vincolo che lo unisce all’ufficio, posto che la Chiesa stessa ha ritenuto esserci stata una rinuncia? In altre parole, se Benedetto ha pubblicamente espresso che la sua intenzione era quella di rinunciare al papato, e se l’intera Chiesa ha inteso che egli volesse rinunciare completamente all’ufficio papale, una intenzione difettosa, derivante da un errore dottrinale (ovvero l’idea che sia possibile cambiare la natura del papato dividendolo in due), impedirebbe a Dio di rescindere il nesso che unisce la sua persona al papato? O forse Dio scioglierebbe il vincolo che unisce la sua persona all’ufficio papale nonostante la intenzione difettosa radicata nell’errore dottrinale?

Se questa era l’intenzione di Benedetto (e lui stesso non ha mai affermato che lo fosse) sarebbe una novità senza precedenti. Tuttavia, possiamo provare a rispondere alla domanda (i.e., se Dio lo avrebbe rimosso dall’ufficio a dispetto della sua intenzione difettosa) facendo riferimento alla consolidata dottrina della Chiesa circa l’intenzione necessaria per la validità dei sacramenti, che fornisce un quadro utile (anche se certo non definitivo) per affrontare questo problema.

Per iniziare, dovremmo notare che proprio come Dio è la causa efficiente dei Sacramenti, così Egli è causa efficiente del 1) rendere un uomo Papa, e 2) rimuovere un uomo dall’ufficio papale. Come il Gaetano insegna, quando si parla di rinuncia papale, l’atto del rinunciante non è nemmeno causa efficiente parziale, ma solo causa dispositiva [22]. In altre parole, il rinunciante si dispone alla perdita dell’ufficio papale (rassegnando la propria dimissione) mentre Dio Stesso è colui che causa la separazione dell’uomo dall’ufficio.

Ora, mentre una esatta intenzione è necessaria per formare validamente un sacramento, è importante notare che un errore dottrinale del ministro non rende necessariamente nullo il sacramento a causa di un difetto di intenzione - anche quando l’errore dottrinale in questione riguarda l’effetto voluto del sacramento.

Ad esempio, l’effetto voluto del battesimo è la remissione del peccato originale e la infusione della grazia santificante. Ma se al ministro manca la intenzione di produrre l’effetto battesimale (a causa di un errore che ha abbracciato), questo difetto di intenzione non renderebbe nullo, in sé e per sé, il sacramento. In altre parole, non impedirebbe a Dio - la causa efficiente - di produrre l’effetto sacramentale. Il Santo Uffizio ha chiarito proprio questo punto nel 1872, quando a risposto alla seguente domanda riguardante il battesimo amministrato da un ministro Metodista:

“1. Se il battesimo amministrato da quegli eretici [Metodisti] è in dubbio a causa del difetto di intenzione di fare ciò che Cristo ha voluto, se una espressa dichiarazione è stata fatta dal ministro prima di battezzare [dicendo che] quel battesimo non ha alcun effetto sull’anima? (…)
“Risposta alla prima domanda: negativa, perché nonostante l’errore riguardo gli effetti del battesimo, l’intenzione di fare quello che fa la Chiesa non è esclusa.”
Quello che si richiede per una giusta intenzione è il “fare quello che fa la Chiesa” (in questo caso, battezzare), ma non è necessario che il ministro intenda specificamente fare quello che la Chiesa intende (infondere la grazia nell’anima). Dunque, una intenzione difettosa dovuta a un errore dottrinale non rende necessariamente nullo il sacramento. Analogamente, sembrerebbe che l’intenzione generale di Benedetto di rinunciare sarebbe sufficiente (nel qual caso Dio lo rimuoverebbe dall’ufficio papale), anche se la intenzione sia stata parzialmente deficiente a causa di un errore dottrinale riguardo agli effetti (i.e., l’erronea idea di potere rinunciare parzialmente, e rimanere metà di un “ministero Petrino allargato” o “diarchia papale”).

Sebbene non sia un paragone perfetto, la teologia sacramentale della Chiesa fornisce un elaborato quadro per tentare di affrontare questa situazione inedita. Ma dovremmo anche notare che Benedetto stesso non ha mai dichiarato di voler rinunciare solo a una porzione del suo ufficio. Questa speculazione è basata sulla sola testimonianza altrui e sulle parole scelte nella sua rinuncia.

È anche utile notare che nel fare un Papa (i.e., Dio unisce l’uomo eletto al Pontificato), un difetto legale della elezione non significa necessariamente che non diventerà un vero Papa. In realtà, un uomo può essere eletto illegalmente, o anche prendere fraudolentemente possesso del pontificato, e nondimeno diventare un vero Papa. Proprio come difetti legali e tecnici non impedirebbero a Dio - la causa efficiente - di unire un uomo al pontificato, così una intenzione difettosa (dovuta ad errore dottrinale) non impedirebbe necessariamente a Dio - la causa efficiente - di rimuoverlo dall’ufficio (i.e. slegarlo dal papato). Come spiega S. Alfonso, Dottore della Chiesa, il fatto che Dio unisca un uomo al pontificato (o separi un Papa dal pontificato?) non è necessariamente basato su tecnicalità legali. Scrive il Santo
“Non importa se nei secoli passati qualche Pontefice sia stato illegittimamente eletto o abbia preso possesso del Pontificato con la frode; è sufficiente che in seguito sia stato accettato dalla intera Chiesa come Papa, dal momento che attraverso tale accettazione sarebbe comunque diventato il vero Papa.” [23]
Se una elezione illegale, o una presa di possesso del papato fraudolenta, non impedisce necessariamente a Dio di unire l’uomo al papato (posto che la Chiesa stessa lo considera essere Papa), sembra abbastanza certo che una intenzione di rinuncia parzialmente difettosa, dovuta a un bizzarro errore nella mente del rinunciante, non impedirebbe similmente a Dio di separarlo dal papato. E dovremmo ancora notare che lo stesso Benedetto ha affermato che non c’è il mimino dubbio circa la validità della sua rinuncia.

“Non c’è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia del ministero Petrino’ ha scritto Benedetto ad Andrea Tornielli, il vaticanista veterano de La Stampa. ‘La sola condizione per la validità è la piena libertà della decisione. Le speculazioni circa la sua invalidità sono semplicemente assurde’.” [24]

Chiudiamo questo punto notando che i potenziali problemi riguardanti un difetto nella intenzione di rinuncia di Benedetto sono mere speculazioni; e anche se un tale difetto fosse certo, non proverebbe in alcun modo che Dio non abbia scisso il nesso che lo unisce all’ufficio papale [25]. Così, proprio come nel caso dei dubbi riguardanti la validità della rinuncia sulla base della libertà dell’atto, non abbiamo un dubbio positivo e probabile per rigettare la validità della rinuncia sulla base di un difetto di intenzione. Tutti questi dubbi non sono più che mere speculazioni, e quindi non giustificano il rifiuto del pubblico giudizio della Chiesa.
Vediamo ora la controversia riguardante la elezione di Jorge Bergoglio.

L’elezione di Francesco

In aggiunta agli interrogativi riguardanti la validità della rinuncia di Papa Benedetto, ci sono state accuse di una cospirazione per estromettere Benedetto e eleggere il Cardinale Jorge Bergoglio (Papa Francesco). La cospirazione è stata per la prima volta messa in luce dal Dr. Austen Ivereigh nel suo libro “The Great Reformer” [qui]. Dopo la pubblicazione del libro, il cardinale belga Godfried Danneels ha pubblicamente ammesso di fare parte di quella che ha chiamato una “mafia clericale” segreta (il Gruppo di San gallo), che aveva cospirato per sbarazzarsi di Benedetto ed eleggere Bergoglio [26].

In base alla legge stabilita da Giovanni Paolo II per le elezioni papali, che erano applicabili al tempo della elezione di Bergoglio, ogni patto segreto che avrebbe obbligato i Cardinali a votare in un certo modo in una elezione papale comporta una scomunica latae sententiae per i cospiratori non-eletti [27]. Comunque, tale scomunica non renderebbe nulla la elezione, dal momento che la legge da secoli in vigore vuole che “Nessun cardinale elettore può essere escluso dalla partecipazione attiva e passiva nella elezione del Supremo Pontefice a causa di o col pretesto di una qualche scomunica, sospensione, interdetto o altro impedimento ecclesiastico”.

La partecipazione attiva è l’atto di eleggere un Papa; quella passiva è l’essere eletto Papa. Dunque, la ammessa cospirazione per eleggere Bergoglio può far sorgere importanti interrogativi circa gli uomini che lo hanno eletto, ma non prova che Bergoglio non sia il vero Papa. Per citare ancora S. Alfonso, Dottore della Chiesa, “non importa se nei secoli passati qualche Pontefice sia stato illegittimamente eletto o abbia preso possesso del Pontificato con la frode; è sufficiente che in seguito sia stato accettato dalla intera Chiesa come Papa, dal momento che attraverso tale accettazione sarebbe comunque diventato il vero Papa.” [28] Così, anche se può essere mostrato che ci sia stata una irregolarità canonica nella elezione di Francesco, o anche se che sia stato non canonicamente, questo non proverebbe che Francesco non è il vero Papa. Al contrario, potrebbe essere l’avveramento di una profezia vecchia di secoli data un omonimo grande santo.

Poco prima della sua morte nel 1226, nientemeno che S. Francesco di Assisi riunì intorno a sé i suoi figlioli spirituali e profetizzò un periodo di tribolazione nella chiesa, durante il quale un uomo, non canonicamente eletto, sarebbe stato elevato al pontificato e che, tramite l’astuzia, riesce a trarre molti nell’errore. La seguente profezia è tratta dal libro “Works of the Seraphic Father St. Francis Of Assisi”, pubblicato nel 1882:
“Si affretteranno a venire incontro gravi tempi di tribolazione e di afflizione nei quali dilagheranno oscurità e pericoli sia materialmente che spiritualmente, la carità di molti si raffredderà, e sovrabbonderà l’iniquità dei malvagi. Sarà slegata più dell’ordinario la potenza dei demoni, sarà deturpata la purezza immacolata del nostro culto e di quello di altri, fino al punto che pochissimi fra i cristiani obbediranno al vero Sommo Pontefice e alla Chiesa romana: un tale, non eletto canonicamente, elevato al Papato nel momento della sua tribolazione, macchinerà di consegnare a molti la morte del suo delirio. Allora si moltiplicheranno gli scandali […] saranno le opinioni e gli scismi tanti e tanti nel popolo e nei religiosi e fra gli ecclesiastici che se non fossero abbreviati quei giorni secondo la parola del Vangelo indurrebbero in errore (se fosse possibile) anche gli eletti, se non che essi saranno guidati in così terribile tempesta dall’immensa misericordia di Dio. […] Coloro che allora resisteranno nella prova riceveranno la corona della vita […] e sceglieranno di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, e non volendo accordarsi con la falsità e la perfidia non temeranno in nessun modo la morte. La verità allora sarà da alcuni predicatori seppellita nel silenzio, da altri si negherà col disprezzo. La santità di vita sarà derisa da coloro che la professano e per questa ragione il Signore Gesù Cristo lascerà a loro non un degno pastore ma uno sterminatore.” [29]
Notate che mai è suggerito che l’uomo “non eletto canonicamente” che è “elevato al Papato”, che “macchinerà di consegnare a molti la morte del suo delirio”, sia un Antipapa. Al contrario, S. Francesco lo presenta come legittimo Papa che è stato mandato senza dubbio come una punizione per il peccato e una prova per i fedeli dallo stesso Gesù Cristo.

Pacifica e Universale Accettazione di un Papa

Questo ci porta alla prossima domanda: c’è qualche modo per sapere, con certezza, se un uomo che è eletto Papa è, in effetti, un vero e legittimo Papa? Come spieghiamo approfonditamente nel nostro libro “True or False Pope?”, è dottrina comune della Chiesa che la pacifica e universale accettazione di un Papa fornisce la certezza infallibile della sua legittimità. E che, abbastanza logicamente, dà certezza infallibile che siano state soddisfatte tutte le condizioni necessarie (sia positive che negative) perché sia stato eletto validamente.
La legittimità di un Papa, che sia stato accettato come tale dalla Chiesa, rientra nella categoria dei fatti dogmatici, che sono un oggetto secondario della infallibilità della Chiesa. P. Sylvester Berry spiega:
“L’ambito della infallibilità si estende alle verità che possono essere definite dalla Chiesa con autorità infallibile. Alcune verità sono direttamente soggette alla autorità infallibile della Chiesa per la loro stessa natura [le Verità Rivelate]; altre solo indirettamente a causa della loro connessione con le prime.” […] Questo ambito della infallibilità secondario o indiretto include in particolare (a) le conclusioni teologiche, (b) le verità dell’ordine naturale, (c) i fatti dogmatici e (d) le questioni disciplinari generali […]
FATTI DOGMATICI. Un fatto dogmatico è un fatto che non è stato rivelato, ma è tuttavia così intimamente connesso con una dottrina di fede che senza conoscenza certa del fatto non può esserci conoscenza certa della dottrina. Per esempio, fu il Concilio Vaticano [Primo] veramente ecumenico? Fu Pio IX un legittimo papa? Fu l’elezione di Pio XI valida? Queste domande devono essere decise con certezza prima che i decreti di un qualsiasi concilio o papa possano essere accettati come infallibilmente veri e vincolanti per la Chiesa. È evidente, dunque, che la Chiesa deve essere infallibile nel giudicare tali fatti, e dal momento che la Chiesa è infallibile nel credere come nell’insegnare, ne segue che il consenso praticamente unanime dei vescovi e dei fedeli nell’accettare un concilio come ecumenico, o un Romano Pontefice come legittimamente eletto, da assoluta e infallibile certezza del fatto.” [30]

Monsignor Van Noort spiega che l’infallibilità dei fatti dogmatici si qualifica come “teologicamente certa” [31]. Spiega inoltre che “dobbiamo tenere con assoluto assenso, che chiamiamo ‘fede ecclesiastica’, le seguenti verità teologali […] quelle che il magistero ordinario sparso nel mondo senza dubbio propone ai suoi membri come cose da credersi [tenendas]. Così, per esempio, si deve dare assoluto assenso alla proposizione: ‘Pio XII [il Papa dell’epoca] è il legittimo successore di San Pietro’; […]  quando qualcuno a continuamente agito come Papa ed è stato riconosciuto tale in teoria e in pratica dai vescovi e dalla Chiesa Universale, è chiaro che il Magistero ordinario e universale sta dando testimonianza incontrovertibile della legittimità della sua successione.
Nel suo libro del 1951 “Sul Valore delle Note Teologiche e i Criteri per Discernerle”, che fu redatto per l’uso delle congregazioni Romane sotto Pio XII, Padre Sisto Cartechini S.J.  che il rifiuto di un fatto dogmatico (e l’esempio che usa è un Papa che è stato accettato come tale dalla Chiesa) costituisce un “peccato mortale contro la fede” [33] bisogna quindi notare che la “accettazione universale” non richiede una unanimità matematica del 100%, ma solo una accettazione unanime pratica o morale, che rispecchia l’unica mens della P. Berry nella citazione di cui sopra.
Questo insegnamento è una delle vie per confutare l’errore dei sedevacantisti che sostengono che Pio XII sia stato l’ultimo vero Papa.

Il Cardinale Louis Billot, rinomato teologo del ‘900, fa una serie di interessanti osservazioni a proposito di questa dottrina. Oltre ad affermare che la accettazione di un Papa della Chiesa universale è un segno infallibile della sua legittimità, spiega anche che la sua accettazione “sana in radice” ogni difetto della elezione papale (ad esempio, macchinazioni illegali, cospirazioni etc.). Spiega poi che Dio non può permettere che l’intera Chiesa accetti un falso Papa come vero Papa. Nelle sue stesse parole:
“Infine, qualsiasi cosa possiate pensare a proposito della possibilità o impossibilità della detta ipotesi [che un Papa possa cadere in eresia], almeno un punto deve essere considerato assolutamente incontrovertibile e posto saldamente al di sopra di alcun dubbio: l’adesione della Chiesa universale sarà sempre, in sé, un segno infallibile della legittimità di un determinato pontefice, E dunque anche della esistenza di tutte le condizioni richieste per la legittimità stessa. Non serve guardare lontano per averne prova, ma troviamo immediatamente nella promessa e nella infallibile provvidenza di Cristo: ‘Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa’, ed ‘Ecco, io sarò con voi tutti i giorni’. […] Come diverrà ancora più chiaro da quel che diremo più tardi, Dio può permettere che alle volte la vacanza della Sede Apostolica si prolunghi per un lungo tempo. Può anche permettere che sorge un dubbio circa la validità di questa o di quella elezione. Non può tuttavia permettere E l’intera chiesa accetti come Papa colui che non è tale veramente e legittimamente. Così, dal momento in cui il Papa è accettato dalla Chiesa e unito a lei quale capo del corpo, non è più permesso sollevare dubbi circa un possibile vizio della elezione ho una possibile mancanza di qualche condizione necessaria per la legittimità. Questo perché la menzionata adesione della Chiesa sana in radice tutti i difetti della elezione e prova infallibilmente l’esistenza di tutte le condizioni richieste.” [34]
Giovanni di San Tommaso scrisse un approfondito trattato su questo argomento [35] che, per quanto ne sappiamo, non è mai stato tradotto in inglese. Egli arriva ad affermare che la legittimità di un Papa, che è stato accettato come tale dalla intera Chiesa, è equivalente ad un articolo di fede. Scrive:
“È immediatamente di fede divina che questo uomo in particolare, legittimamente eletto e accettato dalla Chiesa, è il supremo pontefice e successore di Pietro, non solo quoad se (in sé) ma anche quad nos (per noi) -  anche se è molto più manifesto per noi (quad nos) quando de facto il Papa definisce qualcosa. In pratica, nessun cattolico non concorda con la nostra conclusione. […] cristo Signore ha dato responsabilità alla Chiesa di scegliersi un uomo che, per un certo periodo, sia il tipo di regola della fede appena descritto; e, conseguentemente, la Chiesa ha anche ricevuto il compito di determinare, attraverso il suo atto di accettazione, che questo uomo sia stato eletto canonicamente e legittimamente. Perché, proprio come spetta al Papa e alla Chiesa determinare quali libri sono canonici, così spetta alla Chiesa [non al giudizio privato] di determinare quale uomo è stato scelto per essere norma e regola vivente della fede. […] [Dunque questa materia] è qualcosa che la Chiesa può determinare come una verità di fede.”
Dovremmo notare che quando parla del Papa come di “regola della fede”, questo è vero nella misura in cui il Papa definisce qualcosa come da osservarsi da parte della Chiesa, non quando sta dando una intervista in aereo o anche, necessariamente, quando scrive in una enciclica. Questo appare chiaro in tutto il trattato. Come approfondiremo più tardi, agli insegnamenti del magistero non infallibili non è dovuto assenso di fede, ma solo “religioso assenso”, che in quanto tale permette delle eccezioni.
Giovanni di San Tommaso spiega dunque che i Cardinali elettori rappresentano la Chiesa stessa nel proporre l’uomo come Papa ai fedeli. Ne segue che il loro giudizio rappresenta il giudizio pubblico della Chiesa. Se la elezione è pacifica, questo giudizio sarà generalmente sufficiente per la universale accettazione. Se c’è qualche difetto nella elezione, a questo rimedia il fatto che la Chiesa Universale (i vescovi, preti e fedeli) accettano l’uomo come papà, come Sant’Alfonso e Billot hanno chiarito sopra. Scrive ancora Giovanni di San Tommaso:
“La chiesa accetta l’elezione eletto come materia di fede, perché ella riceve lui come regola infallibile della fede, e come capo supremo al quale è unita - poiché l’unità della Chiesa dipende dalla sua unione con lui. […] la elezione e colui che è eletto sono proposti dai cardinali, non in quanto tali, ma in persona della Chiesa e del suo potere - perché è lei che ha affidato a loro il potere di eleggere il Papa e di dichiararne l’elezione. Perciò loro, sotto questo aspetto e per questo compito, sono rappresentativamente la Chiesa stessa. Quindi i cardinali, o chiunque altri siano gli elettori legittimamente designati dalla Chiesa (cioè dal Papa), rappresentano la Chiesa in tutto ciò che ha a che fare con la elezione del suo capo, il successore di Pietro. Proprio come il Papa riunisce i vescovi assieme in un Concilio, e tuttavia la conferma di quello e l’ultima parola in materia di fede spettano a lui, così la congregazione dei Cardinali elegge il Papa, e dichiara che egli è stato eletto, e tuttavia è la Chiesa, della quale sono i ministri, che attraverso la sua accettazione in definitiva conferma come verità di fede il fatto che questo uomo è veramente la più alta regola della fede e il supremo pontefice.”
Giovanni di San Tommaso ha anche chiarito con precisione quando la accettazione universale diviene sufficiente per provare che l’uomo è un legittimo Papa. Sempre dallo stesso trattato:
“Tutto ciò che rimane da determinare, quindi, è l’esatto momento in cui l’accettazione della Chiesa diviene sufficiente a rendere la proposizione de fide. Ciò avviene forse non appena i cardinali propongono l’eletto ai fedeli che sono nelle immediate vicinanze, oppure solamente quando la notizia della elezione si sia sufficientemente sparsa in tutto il mondo, in ogni luogo in cui la Chiesa si trovi?
“Io RISPONDO che (come abbiamo detto sopra) la elezione unanime dei cardinali E la loro dichiarazione è simile a una definizione data dai vescovi di un concilio legittimamente riunito. Per di più, l’accettazione della chiesa è, per noi, come una conferma di questa dichiarazione. Ora, la accettazione della Chiesa si realizza sia negativamente, per il fatto che la Chiesa non contraddice la notizia della elezione ovunque questa diventi nota, che positivamente, per la graduale accettazione dei prelati della Chiesa, a cominciare dal luogo della elezione, fino a estendersi al resto del mondo. Appena gli uomini vedono che un Papa è stato eletto, e che la elezione non è stata contestata, essi sono obbligati a credere che l’uomo sia il Papa, e ad accettarlo.”
Si badi che Giovanni di San Tommaso afferma che la elezione e dichiarazione dei cardinali è “simile alla definizione data dai vescovi di un concilio legittimamente riunito” (la ecclesia docens), che è confermata dal resto della Chiesa attraverso la sua accettazione della elezione (la ecclesia discens). E mentre ai tempi di Giovanni di San Tommaso questa positiva accettazione avveniva gradualmente mentre la notizia si spandeva attraverso la Chiesa e il mondo, nella nostra epoca di informazione, la notizia si spande in tutto il mondo quasi immediatamente. Ciò significa che la accettazione universale (sia positiva che negativa) si renderebbe manifesta molto velocemente - almeno entro qualche giorno susseguente alla elezione.

Dunque, per dirla con Giovanni di San Tommaso, se “la Chiesa non contraddice la notizia dell’elezione”, quando questa “diventi nota” o “appena gli uomini” ne prendono conoscenza (il che è immediato), tale fatto fornirebbe certezza infallibile che questi sia un legittimo Papa. Ne seguirebbe che le preoccupazioni e i dubbi nascenti mesi e anni dopo non metterebbero in questione la sua legittimità. La ragione è ovvia - se la accettazione universale non fosse immediata, ci sarebbero sempre perduranti dubbi se l’uomo eletto fosse un vero Papa [36]. E se fosse anche un cattivo Papa, che causa danni alla chiesa, certe persone non farebbero altro che rifiutarlo come un falso Papa e iniziare uno scisma. Dovremmo anche notare che solo perché un Papa non è stato universalmente accettato dalla Chiesa, ciò non vuol dire che non sia un vero Papa. Ciò è confermato dal fatto che durante il Grande Scisma d’Occidente il legittimo papa non era stato accettato come tale dalla intera Chiesa.

Le Condizioni per una Valida Elezione

Giovanni di San Tommaso affronta anche la questione relativa alle condizioni per una valida elezione - tanto le condizioni richieste per gli elettori, quanto quelle richieste per l’eletto. Per esempio, gli elettori devono essere veri Cardinali; devono avere l’intenzione di eleggere un Papa, e devono seguire le leggi al tempo in vigore per una valida elezione. Devono anche sussistere le condizioni perché un individuo sia validamente eletto papa. Deve essere un uomo e battezzato (condizioni positive), e non deve essere un pazzo o un pubblico eretico (condizioni negative). Giovanni di San Tommaso spiega che la nostra certezza infallibile che l’uomo sia il Papa (che noi sappiamo essere stato pacificamente eletto e/o accettato come Papa dalla intera chiesa appena ciò diventa noto) fornisce la certezza infallibile che siano state soddisfatte tutte le condizioni pre-requisite per la validità. Scrive:
“La accettazione e definizione della Chiesa [i.e., che questo uomo è il Papa], nella misura in cui dà la certezza di fede [riguardo alla sua legittimità], non tocca le condizioni della elezione, una intenzione e genuina identità degli elettori, senza intermediari, ma piuttosto mediatamente, e come una logica conseguenza di ciò che tocca immediatamente: cioè, che chiunque è eletto Dalle persone che la Chiesa designa per scegliere un Papa a suo nome, per lo stesso fatto che e accettato dalla Chiesa come legittimamente eletto, è in effetti il Papa. Quest’ultima circostanza è ciò che davvero riguardano la definizione di Martino V [37], esposta sopra, come anche la accettazione della Chiesa. Ma dalla verità de fide che quest’uomo e Papa, segue come conseguenza che tutte le condizioni richieste devono essere state rispettate. […] perché è de fide che questo uomo in particolare, accettato dalla Chiesa come canonicamente eletto, è il Papa, si trae la conclusione teologica che genuini erano gli elettori, e reale la intenzione di eleggere, come anche gli altri requisiti [ad esempio, la corretta intenzione del pontefice rinunciante, se la elezione segue a una rinuncia papale], senza i quali la verità de fide non potrebbe reggersi. Quindi, abbiamo la certezza di fede, per rivelazione implicita contenuta nel Credo e nella promessa fatta a Pietro, e resa più esplicita della definizione di Martino V, e applicata e dichiarata in atto [in esercitio] dall’accettazione della Chiesa, che questo uomo in particolare, canonicamente eletto secondo la accettazione della Chiesa, è il Papa”.
Il santo sottolinea dunque le condizioni perché uno sia eletto. Quello che afferma confuta le affermazioni dei Sedevacantisti per cui i recenti Papi erano tutti “pubblici eretici” prima della loro elezione, il che si dice avrebbe reso nulle le loro elezioni. Inizia con la seguente obiezione: “non abbiamo la certezza di fede che questo soggetto sia suscettibile di questa dignità [cioè, che soddisfi le condizioni]; né, dunque, abbiamo la certezza di fede che egli abbia, in realtà, ricevuto la dignità.” Risponde così:
“La risposta qui è simile a quella data in precedenza. Prima della elezione, c’è una certezza morale che tutte le condizioni richieste nella persona siano in effetti soddisfatte. Dopo il fatto della elezione e la sua accettazione, la soddisfazione di queste condizioni è conosciuta con la certezza di una conclusione teologica, dal momento che esse hanno, per se, una implicazione logica con una verità che è certa, e certificata dalla fine. […] la verità chi è definita accettata dalla Chiesa non è che questo uomo sia battezzato ho ordinato, etc., ma che questo uomo sia veramente Papa. […] che sia battezzato e soddisfi gli altri requisiti [i.e. che non sia un pubblico eretico] […] si inferisce come conseguenza; […] la verità che questo uomo è stato ordinato, e che ha la potestà d’ordine (cioè, del presbiterato o dell’episcopato), che certo allo stesso modo che è certa la verità è battezzato; cioè, non come la verità immediata, ma come una conclusione teologica necessaria collegata alla realtà che questi e il Papa e la regola della fede nella Chiesa.”
Va avanti poi spiegando, come ha fatto sopra il Cardinale Billot, che Dio non permetterebbe a un uomo di essere eletto Papa, e di essere accettato dalla Chiesa come Papa, se non presentasse le condizioni necessarie:
“Non è solamente una pia credenza, ma una conclusione teologica (come abbiamo chiarito sopra), che Dio non permetterà di essere eletto e pacificamente accettato dalla Chiesa ad alcuno che in realtà non presentasse le condizioni richieste; questo sarebbe contrario alla speciale provvidenza che Dio esercita sopra la Chiesa all’assistenza che questa riceve dallo Spirito Santo.”
In seguito, Giovanni di San Tommaso affronta la obiezione di coloro che sostengono la nuova “tesi del Papa materiale/formale” - cioè, che il Papa è stato sì legittimamente e validamente eletto e veramente regge l’ufficio, ma, a causa di un supposto impedimento (eresia), egli non riceve la giurisdizione da Dio per diventare un vero Papa. Giovanni di San Tommaso confuta questa nuova teoria dicendo un’ovvietà:
“Né c’è una reale differenza tra la proposizione ‘questo uomo è debitamente eletto’ e ‘questo uomo è Papa’, giacche l’essere accettato come il supremo pontefice e l’essere il supremo pontefice sono la stessa cosa, proprio come è identico per qualcosa l’essere definita, e per la definizione l’essere legittima.”
Come abbiamo visto prima, P. Cartechini ha insegnato che coloro che rifiutano la legittimità di un Papa, che è stato accettato come tale dalla Chiesa, sarebbero colpevoli di peccato mortale contro la fede. Giovanni di San Tommaso fa ancora un passo avanti affermando che una tale persona sarebbe un eretico.
“Chiunque negasse che un particolare uomo è Papa dopo che questi sia stato pacificamente canonicamente accettato, non solo sarebbe uno scismatico, ma anche un eretico; poiché, non solo romperebbe l’unità della Chiesa […] ma aggiungerebbe anche a ciò una perversa dottrina, negando che l’uomo ha accettato dalla Chiesa debba essere tenuto quale Papa e come regola della fede. È qui pertinente l’insegnamento di S. Girolamo (commentario sula Lettera a Tito, capitolo 3) e di S.Tommaso (Ila Ilae Q. 39 A. 1 a 3), per cui ogni scisma comporta di per sé qualche eresia, per giustificare la sua defezione dalla Chiesa. Così, sebbene lo scisma si è distinto dalla eresia, nel […] caso in questione, chiunque negherebbe la proposizione appena detta non sarebbe puramente uno scismatico, ma anche un eretico, come anche sostiene il Suarez.”

Papa Francesco è stato Pacificamente e Universalmente Accettato?

Quando l’insegnamento cerca la pacifica e universale accettazione viene debitamente compreso, non ci può essere alcuna ragionevole obiezione a proposito della legittimità degli recenti Papi. Se è vero che i Sedevacantisti non li accettano, questi hanno pubblicamente lasciato la Chiesa e dunque il loro “voto” non conta; ma anche se contasse, essi costituirebbero meno dello 0,0001% della Chiesa. Dunque, il rifiuto dei Sedevacantisti dei Papi conciliari non intacca la unanimità morale dei cattolici che hanno accettato la loro legittimità, che include tutti i Cardinali e i vescovi. Per di più, come ha recentemente ammesso uno dei più prominenti apologeti del Sedevacantismo del mondo anglofono, egli avrebbe rigettato chiunque fosse stato eletto nell’ultimo Conclave (e, senza dubbio, lo stesso vale per i precedenti conclavi), il che non sorprende dal momento che lui e i suoi colleghi hanno perso la fede nella Chiesa in mezzo alla presente crisi.

Marco nella elezione di Francesco, ci sono altri - non solo coloro che avrebbero rifiutato qualunque eletto - che hanno dei dubbi a proposito della sua legittimità. In luce di questi dubbi, uno potrebbe chiedersi: Francesco è stato veramente accettato alla unanimità morale dei cattolici? Secondo la teologia classica della Chiesa, dobbiamo ritenere che lo sia stato. Ricordate, come abbiamo visto sopra, che l’aspetto universale dell’accettazione della elezione dei Cardinali si manifesta molto velocemente, quando la persona eletta non è rigettata appena la sua elezione diviene nota. Dal momento che quasi l’intera Chiesa, inclusi tutti i vescovi, hanno saputo della elezione di Papa Francesco quasi immediatamente, e non hanno subito rifiutato la elezione, ne segue che c’è una certezza infallibile che egli è il vero Papa. Sebbene ci siano le testimonianze di alcuni che affermano di avere provato un senso di sventura nel vedere Francesco affacciarsi al balcone, la elezione stessa è stata recepita pacificamente e universalmente dalla Chiesa attraverso la unanimità morale dei Cattolici (inclusi tutti i Cardinali e i vescovi) non appena è divenuta nota. Tuttavia, poiché un certo numero di persone ha sollevato dei dubbi sul fatto che Francesco sia stato universalmente accettato dalla Chiesa (e si chiede se Benedetto sia ancora il Papa), affronteremo la questione spiegando come queste persone dovrebbero giudicare l’argomento, alla luce della tradizionale teologia Cattolica.

Insegnamento Infallibile e Non-Infallibile

Abbiamo visto come la legittimità di un Papa sia infallibilmente certa se questi È stato accettato come Papa dalla intera Chiesa. Dunque, dobbiamo accettare la proposizione come infallibilmente vera - come una materia di fede, o di fede divina (come insegna Giovanni di San Tommaso) o di fede ecclesiastica (come insegna Van Noort). Ma se dei cattolici mettessero in dubbio che il Papa sia stato universalmente accettato dalla Chiesa, cosa dovrebbero fare? Lo rigettano semplicemente poiché la sua legittimità non è infallibilmente certa, o egli deve essere accettato a dispetto di questa misura di dubbio? La risposta che essi dovrebbero accettare la proposizione (questo uomo è il Papa) con lo stesso livello di assenso con cui accettano altre proposizioni che sono date dalla Chiesa in maniera non-infallibile. In ciò possiamo tracciare una analogia con il grado di assenso dovuto ad altri insegnamenti dottrinali non-infallibili del Magistero.

I teologi spiegano che solo le dottrine che siano state proposte infallibilmente (o tramite una solenne definizione o in forza del Magistero ordinario e universale) richiedono un assoluto assenso di fede. A quelle che non siano state proposte infallibilmente è dovuto solamente un “religioso assenso” che è radicato non nella virtù teologale della fede ma nella virtù morale della obbedienza.
A proposito di questi ultimi insegnamenti, è permesso rifiutare l’assenso interno ed esterno solo se c’è un dubbio positivo e probabile circa la veridicità dell’insegnamento proposto (come nel caso in cui, ad esempio, la nuova dottrina fosse contraria a quanto la Chiesa ha costantemente insegnato fino ha quel momento).

Così, nel caso in cui non sia chiaro se il Papa è stato, in effetti, universalmente accettato, il fedele avrebbe nondimeno una obbligazione morale quindi sottomettersi internamente ed esternamente al pubblico giudizio della Chiesa accettandolo come Papa (dal momento che ciò è quanto i Cardinali elettori, che rappresentano la chiesa riguardo alla questione, hanno proposto come da credersi). Questo è analogo alla obbligazione morale dei Cattolici di sottomettersi agli altri insegnamenti e pratiche non-infallibili proposte dalla Chiesa.

La pubblica resistenza agli insegnamenti, pratiche e discipline non-infallibili è giustificata solo quando l’insegnamento o pratica in questione sia chiaramente contraria a ciò che la Chiesa ha sempre creduto o a ciò che il magistero ha costantemente insegnato in passato [38]. Tale regola, applicata al caso in questione, a differenza della controversia circa i nuovi insegnamenti del Vaticano II, per esempio, ai quali si può legittimamente resistere, la controversia circa la legittimità di Francesco quale Papa non ha nulla a che vedere con la dottrina e la disciplina tradizionali. Piuttosto, essa è sorta Dalle speculazioni di alcuni che sostengono esserci dei problemi irrisolti a proposito della rinuncia papale e della elezione papale. Inutile dirlo, accettare l’uomo che la Chiesa ci dice essere il Papa non è contrario alla tradizione O ad alcun insegnamento dottrinale della Chiesa, né è peccato - a prescindere da quanto danno faccia Francesco. Piuttosto, accettare il pubblico giudizio della Chiesa riguardo a questa importante materia è in perfetto accordo con la tradizione.

Così, mentre le circostanze eccezionali nelle quali ci troviamo hanno portato alcuni a dubitare della legittimità di Francesco, i principi della tradizionale teologia Cattolica devono essere la nostra guida. Quindi, anche se uno mettesse in dubbio che Francesco sia stato pacificamente e universalmente accettato dalla Chiesa (che la sua legge attività sia infallibilmente certa), avrebbe nondimeno un obbligo morale di sottomettersi al giudizio della Chiesa a riguardo. Badate bene che l’obbligazione morale di sottomettersi al giudizio della Chiesa in questi casi non richiede di avere una certezza infallibile sulla questione. Il giudizio della Chiesa è sufficiente, E nel dubbio, uno deve attenersi alla presunzione (cioè, presumere che il giudizio della Chiesa sia corretto) E prendere la strada più sicura (come richiede la teologia morale). Mere speculazioni a proposito della intenzione segreta di Benedetto - la quale sarebbe, tra l’altro, contraria ai suoi stessi pronunciamenti pubblici - non ci libera senz’altro dal nostro obbligo di sottometterci al giudizio della Chiesa in materia.

Considerazioni Finali - Riconoscere e Resistere

Nel suo breve regno, Francesco ha chiaramente dimostrato di essere un pericolo per la fede e forse anche il “distruttore” profetizzato da S. Francesco d’Assisi. Sia che dica che “non c’è un Dio Cattolico”, che le anime di coloro che non si salvano saranno “annichilite” o la sua ultimissima “nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo!”, egli sta seminando indicibile confusione nella chiesa e nelle menti dei fedeli. Se la Chiesa condannò Papa Onorio come eretico per avere sbagliato su una sola dottrina, possiamo solo immaginare quello che il futuro ha in serbo per Francesco. Tenendo a mente il pericolo posto da Francesco, cosa dovrebbero fare i Cattolici?

S. Bellarmino cita la legge divina nello spiegare che i vescovi eretici (che egli chiama “falsi profeti”) non devono essere ascoltati dai fedeli. In tempi normali, dovremmo obbedire e seguire le nostre legittime guide, ma questo obbligo viene meno quando essi insegnano l’errore e l’eresia. E si dovrebbe anche tenere a mente che quando il Bellarmino insegna che i vescovi eretici non devono essere ascoltati, egli si riferisce ovviamente a quelli i cui insegnamenti ereticali sono pubblicamente noti, perché altrimenti come potrebbe il fedele essere in grado di sapere che essi insegnano l’eresia, e che dunque non bisognerebbe ascoltarli? Bellarmino nota anche, comunque, che sebbene i fedeli abbiano il diritto e perfino il dovere di rifiutarsi di ascoltare prelati eretici, essi non possiedono tuttavia l’autorità per deporli, o, il che equivale alla stessa cosa, dichiararli deposti. Scrive:
“Dobbiamo segnalare, inoltre, che il fedele può certamente distinguere tra un vero profeta ed uno falso, tramite la regola che abbiamo tracciato, ma che nondimeno, se il pastore è un vescovo, essi non possono deporlo e metterlo da parte. Questo perché Nostro Signore e gli Apostoli hanno tramandato solamente che i falsi profeti non devono essere ascoltati dal popolo, non che questo possa deporli. Ed è certo che la pratica della Chiesa è sempre stata che i vescovi eretici sono deposti dai concili di vescovi, o dal Sovrano Pontefice.” [39]
Quello che traspare da questa citazione è che un prelato eretico non perderà il suo ufficio a meno che non sia giudicato eretico dalla Chiesa, non semplicemente tramite un giudizio privato.
Nel caso di un Papa (non un qualsiasi vescovo) che cadesse in eresia, P. Mattheus Conte Coronata S.T.D. disse che anche quello non dovrebbe essere ascoltato:
“Per remoto che sia che la Chiesa senta di un Pontefice caduto in eresia, Ella è piuttosto tenuta a tapparsi le orecchie contro il suo violento parlare, per evitare che Ella sia infettata dal veleno della sua dottrina.” [40]
Per quanto sia più facile a dirsi che a farsi in quest’epoca di social media e comunicazione istantanea, dal momento che Francesco mina continuamente la Fede con le sue affermazioni irresponsabili, non dovrebbe essere ascoltato dai fedeli, e si dovrebbe resistere ai suoi errori. La Bolla Papale di Papa Paolo IV, Cum ex Apostolatus, insegna che si può certamente resistere ad un Papa che devia dalla Fede:
“il Romano Pontefice, che è il rappresentante sulla terra di Dio E di Gesù Cristo nostro Signore e Dio, che possiede la pienezza di potere sui popoli e i regni, che può giudicare tutti ma non essere giudicato da nessuno in questo mondo, può nondimeno essere contraddetto se lo si scopre aver deviato dalla Fede.”
Proprio come i buoni angeli furono giusti nel non seguire ciecamente il loro legittimo capo, Lucifero, quando disobbedì a Dio; e proprio come i fedeli Giudei erano obbligati a resistere a Caifa quando rifiutò Cristo, così pure oggi i Cattolici sono totalmente giustificati nel resistere agli errori provenienti da Francesco, e nel chiudere le loro orecchie “contro il suo violento parlare, per evitare [di essere infettati] dal veleno della sua dottrina”. Quindi, noi lo riconosciamo come legittimo Papa, ma resistiamo ai suoi insegnamenti che si allontanano dalla Tradizione - proprio come abbiamo fatto con i suoi recenti predecessore. Questo è quello che i Papi, i Padri e i Dottori insegnano, e che i veri Cattolici hanno sempre fatto di fronte a Papi che erravano.
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Note:
[1] Hilary White, “Francis is the Pope Until the Pope Says He’s Not,” The Remnant newspaper, 20 luglio 2016, pp. 12-13.
[2] “Una cosa può ad ogni modo dirsi sufficientemente chiara: sia Giovanni (6:63)” che Paolo (1 Cor. 15:50) affermano con tutta l’enfasi possibile che la ‘risurrezione della carne,’ e la ‘resurrezione del corpo’, non sono ‘resurrezione dei corpi fisici.’ Dunque, dal punto di vista del pensiero moderno, l’abbozzo di Paolo è molto meno naïve della erudizione teologica successiva, con le sue tendenziose vie di ricostruire come possono esserci dei corpi fisici eterni. Ricapitolando, Paolo insegna non la risurrezione dei corpi fisici, ma la risurrezione delle persone, a ciò non nel ritorno dei ‘corpi carnali’, cioè della struttura biologica, un’idea che descrive espressamente come impossibile […]” Joseph Ratzinger, Introduction to Christianity (San Francisco, California: Ignatius Press, 2004) with a new Foreword by Cardinal Ratzinger dated April 2000, pp. 357-358.
[3] Vedi: Ehe und Ehescheidung: Diskussion unter Christen, Kösel-Verlag, München, 1972, pp. 35-56. http://www.pathsoflove.com/texts/ratzinger-indissolubility-marriage/
[4] L'Osservatore Romano.
[5] http://www.catholicnewsagency.com/news/how-pope-francis-new-joy-surprised-benedict-xvi-24696/
[6] Omelia di Sua Santità Benedetto XVI, Piazza San Pietro, domenica 24 aprile 2005
[7] De Romano Pontifice, cap. 29.
[8] “Dico anzitutto che il Papa può deporre la dignità di sua spontanea volontà. Così è definito, e alle volte è successo, come la storia rende chiaro; ma ci possono essere dei dubbi se sarebbe opportuno per egli aspettare il consenso della Chiesa, o almeno dei Cardinali perché la sua rinuncia possa essere valida. Certamente tale questione ha più a che fare con i canonisti che con noi, ma tuttavia io non penso che sia necessario. Questo perché il Pontefice insegna, nella predetta citazione, che egli, semplicemente, può liberamente rinunciare […] (Suarez, De Summo Pontifice, Distinzione X, n. 6, dalla traduzione inglese di Ryan Grant).
[9] “Se rinunzia, non si richiede l’accettazione dei Cardinali o di altri” (Canone 221, Codice del 1917). Troviamo lo stesso insegnamento nel Codice del 1983, citato sotto.
[10] “Nel caso che il Romano Pontefice, rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti.” (Can. 332 §2, Code del 1983).
[11] In un articolo di Slate News del 22 febbraio 2013 leggiamo: “Fonti anonime italiane suggeriscono che il papa abbia deciso di andarsene non a causa della sua anziana età ma piuttosto per evitare le ricadute che potrebbero derivare da un dossier segreto di 300 pagine redatto da tre cardinali che ha incaricato di controllare i documenti confidenziali rubati dalla sua scrivania nella fuoriuscita di notizie dello scorso anno” (Josh Voorhees, “Italian Media Tell Story of ‘Underground Gay Network’ at the Vatican”).
[12] “Quando una banca o un territorio è escluso dal sistema, come è avvenuto nel caso del Vaticano nei giorni precedenti alla rinuncia di Benedetto XVI nel febbraio 2013, tutte le transazioni vengono bloccate. Senza aspettare l’elezione di Papa Bergoglio, il sistema Swift è stato sbloccato [in concomitanza dell’] annuncio della rinuncia di Benedetto XVI. ‘C’è stato un ricatto proveniente da chi sa dove, attraverso SWIFT, fatto a Benedetto XVI. […] Questo spiega e giustifica la rinuncia senza precedenti di Ratzinger’”
 (Lewrockwell.com, 30 settembre 2015).
[13] Il Canone 185 del Codice di Diritto Canonico del 1917 legge: “La rinuncia non vale se fatta per timore grave, ingiusto, dolo, errore sostanziale, simonia;” Il Canon 188 of the 1983 prevede la stessa cosa: “La rinuncia fatta per timore grave, ingiustamente incusso, per dolo o per errore sostanziale oppure con simonia, è nulla per il diritto stesso.” Si badi che ciascuno di questi elementi canonici deve essere stabilito dalla Chiesa in foro ecclesiastico.
[14] “una valida abdicazione del Papa deve essere un libero atto, dunque una rinunzia del papato forzata” sarebbe nulla e invalida, come più di un decreto ecclesiastico ha dichiarato” (Original Catholic Encyclopedia, Volume I, 1907, p. 32).
[15] http://www.usatoday.com/story/news/world/2014/02/26/benedict-denies-pressure /5828927/
[16] http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2013/february/documents/hf_ben-xvi_spe_20130211_declaratio.html
[17] Benedetto XVI, “Ultime Conversazioni
[18] “Benedict Rejects Rumors On Why He Resigned As ‘Simply Absurd.’” Washington Post, David Gibson, 26 febbraio 2014.
[19] Un dubbio positivo e probabile potrebbe esistere, ad esempio, se Benedetto avesse reso dichiarazioni contrastanti sul fatto che la sua rinuncia sia stata davvero libera (i.e., a volte che l’atto sia stato libero, altre che sia stato obbligato), o anche se un testimone credibile sotto giuramento avesse attestato che l’atto sia stato obbligato. In assenza di tali prove, e alla luce dei molteplici e pubblici pronunciamenti di Benedetto attestanti la libertà dell’atto e neganti il contrario, gli argomenti che provano a mettere in dubbio la validità della rinuncia non sono che mera speculazione. In questo caso, non abbiamo prove da entrambe le parti che la questione sia così ugualmente discutibile da rendere una decisione impossibile.
[20] P. Austin Fagothey S.J., Right and Reason, Seconda Edizione (Tan Books and Publishers, Rockford, IL, 2000) p. 216
[21] Lettera contro Gioviniano, citata nel Catechismo del Concilio di Trento, p. 102
[22] De Comparatione Auctoritatis Papae et Conciliin, del Cardinal Gaetano, cap XXI nella traduzione di Burns e Izbicki, in Conciliarism & Papalism, (Cambridge University Press, New York, NY 1997) p. 91
[23] De’ Liguori, Verita’ della Fede, in “Opera de S. Alfonso Maria de Liguori, Marietti” (Torino, 1887), vol. VIII., p. 720, n. 9.
[24] “Benedict Rejects Rumors On Why He Resigned As ‘Simply Absurd.’” Washington Post, David Gibson, 26 febbraio 2014.
[25] Alcuni di quelli che hanno dichiarato Francesco un antipapa a causa del difetto di intenzione di Benedetto si sono appellati al canone 188 (Codice del 1983) che recita: “La rinuncia fatta per timore grave, ingiustamente incusso, per dolo o per errore sostanziale oppure con simonia, è nulla per il diritto stesso.” Tuttavia, l’“errore sostanziale” è un elemento canonico e deve essere stabilito fattualmente dalla Chiesa - legittimo giudice del fatto, e interprete vincolante delle sue leggi - perché la rinuncia ecclesiastica possa essere ritenuta invalida. L’elemento canonico non viene certo “stabilito” dal ‘cattolico della strada’.
[26] Per maggiori informazioni vedere “A Bishop Dressed in White” di Robert Siscoe, The Remnant newspaper, marzo 2013; John Salza, “Who is the ‘Bishop Dressed in White?”, Catholic Family News, gennaio 2015.
[27] “I Cardinali elettori si astengano, inoltre, da ogni forma di patteggiamenti, accordi, promesse od altri impegni di qualsiasi genere, che li possano costringere a dare o a negare il voto ad uno o ad alcuni. Se ciò in realtà fosse fatto, sia pure sotto giuramento, decreto che tale impegno sia nullo e invalido e che nessuno sia tenuto ad osservarlo; e fin d'ora commino la scomunica latae sententiae ai trasgressori di tale divieto. Non intendo, tuttavia, proibire che durante la Sede Vacante ci possano essere scambi di idee circa l'elezione.” Giovanni Paolo II, Universi Dominici Gregis, n. 81, 22 febbraio 1996.
[28] De’ Liguori, Verita’ della Fede, in “Opera de S. Alfonso Maria de Liguori, Marietti” (Torino, 1887), vol. VIII., p. 720, n. 9.
[29] Works of the Seraphic Father St. Francis Of Assisi, (R. Washbourne, Paternoster Row, Londra, 1882) pp. 248-250.
[30] The Church of Christ, pp. 288, 289, 290.
[31] “Asserzione 2: La infallibilità della Chiesa si estende ai fatti dogmatici. Questa proposizione è teologicamente certa.” (Christ’s Church, p. 112)
[32] Van Noort, Sources of Revelation, p. 265.
[33] http://www.the-pope.com/theolnotes.html.
[34] L. Billot, Tractatus de Ecclesia Christi, vol. I, pp. 612-613.
[35] Cursus Theologicus, Tomo 6, Q 1-7 Sulla Dede, Disputazione. 8.
[36] La ragione dogmatica per cui ciò non è possibile è che il Concilio Vaticano I insegna che la Chiesa avrà sempre dei “perpetui successori” di San Pietro.
[37] “Martino V, nel Concilio di Costanza, nella condanna degli errori di Wyclif […] tra le domande che devono essere fatte a coloro la qui fede è sospetta, per vedere se credono correttamente, mette questa. Ancora, crede egli che il Papa canonicamente eletto, regnante al tempo (ne sia detto il nome), è il successore del beato Pietro, che ha suprema autorità nella Chiesa di Dio? Tali parole non riguardano la verità della proposizione intesa in un senso generale - cioè, che chiunque è legittimamente eletto è il Supremo Pontefice - ma in un senso particolare, riguardando chi sia il papa in quel tempo, dicendone il giusto nome, ad esempio, di Innocenzo X [il Papa del tempo]. È circa quest’uomo, il cui corretto nome viene pronunciato, che il papa vuole che la persona di fede sospetta sia interrogata, se egli crede che tale persona è il successore di Pietro e il Supremo Pontefice: dunque ciò [che egli sia un vero Papa] è parte dell’atto di fede - non una inferenza o una certezza morale; perché nessuna delle due è materia di fede.” (Corpus, n. 13)
[38] Ibid
[39] De Membris Ecclesiae, bk. I, De Clerics, cap. 7 (Opera Omnia; Parigi: Vivès, 1870), pp. 428-429
[40] Ecclesia Sancta A Potestate Et Dignitate, S.R.E. Cardinalium, Legatorum Apostolicorum, &C, (1677) R. P. Matthiae a Corona Leod. Carm. S. Th. Doctr. Parigi, tratto I, capo XXI, p. 80. Traduzione inglese di Fra’ Alexis Bugnolo.
2 febbraio 2017

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