Riflessione sul "dialogo dottrinale" e sul Documento
"Dal conflitto alla comunione" (con i luterani)

Il succo è nel titolo. Cristo insegnava, non dialogava.

Come più si addice a questo strumento, invece di una ponderosa trattazione, propongo una affermazione essenziale e lapidaria che inquadra direttamente il nucleo del problema e ne indica e motiva i tratti essenziali. A chi legge sarà più agevole formulare gli sviluppi e trarre le conclusioni conseguenti. Anche in ragione del recente documento Dal conflitto alla comunione.[vedi]
Il tema è quanto mai attuale e suscettibile di riproporsi in maniera eclatante e controversa nell'approssimarsi del 2017, visto che siamo ancora e sempre più alle prese con il falso ecumenismo che prevederebbe possibili commistioni con i festeggiamenti luterani - c'è da chiedersi noi cos'abbiamo da festeggiare (!?) - in occasione del 500.mo anniversario delle tesi di Lutero. [vedi precedenti nel blog - e qui]
Nostro riferimento, ancora una volta Romano Amerio e le sue riflessioni dense e pertinenti, porte con garbo teoretico e con un pensiero costruttivamente cattolico, che cogliamo in un'altra Chiosa dall'ultimo suo lavoro, Stat Veritas, che analizza e commenta la Tertio millennio adveniente, di Giovanni Paolo II che definisce gli orientamenti pastorali per la Chiesa del nuovo millennio. Da rilevare l'accenno alla communicatio in sacris. 
Di seguito alla Chiosa, colgo l'occasione per estrarre, dal documento citato in apertura, la parte relativa alla Convergenza nella comprensione del sacrificio eucaristico, perché è il nodo centrale su cui non possiamo sorvolare né rifugiarci nelle fumosità che non mancano nel documento, sulla scia del famigerato "spirito del concilio", ma dobbiamo trarre le nostre conclusioni.

CHIOSA 25: Commento al § 34, p. 43.
«Bisogna proseguire nel dialogo dottrinale, ma soprattutto impegnarsi nella preghiera ecumenica
In Iota unum, noi abbiamo dedicato un intero capitolo al dialogo (cfr. Iota unum, XVI); qui vogliamo solo ricordare che il dialogo deve mirare a cambiare le opinioni errate del collocutore. Invece, secondo i moderni, non si deve mirare al proselitismo ma soltanto a una reciproca confidenza perché le due parti vengano a conoscersi. [Sul dialogo di recente, vedi qui]
 
Quindi, quando il Documento apostolico parla di dialogo ecumenico, adopera un’espressione che non ha un significato preciso, ma in ogni caso non ha un significato ortodosso. Si continua a parlare di dialogo, ma senza dire di mirare alla conversione; infatti i fratelli protestanti, in fondo, si pensa che non abbiano motivo di convertirsi perché, fatte tutte le somme, sarebbero come noi; anzi, per certi versi, sarebbero più di noi e noi, si ritiene, abbiamo alcune cose da imparare dai fratelli.
Noi, dialogando, non vogliamo convertire, e lo diciamo apertamente, perché rispettiamo la fede dei nostri fratelli separati che, in fondo, è la nostra stessa fede.
Ma questo postulato neoterico contraddice l’alto Magistero di Papa Pio XI che, con la Mortalium animos, fermamente comanda:

«La Chiesa cattolica possiede la pienezza del Cristo e, questa pienezza, non deve perfezionarla ad opera delle altre confessioni».

Certo, riguardo alla preghiera ecumenica, bisogna dire che questa preghiera è importantissima. Ma deve avere un’intenzione retta, e questa intenzione è retta solo quando chiede la conversione dei fratelli erranti.
Poi bisogna vedere se per «preghiera ecumenica» non si intenda la communicatio in sacris: una comunione di preghiere e di atti sacri che, una volta, nella Chiesa era proibitissima: nelle cose sacre non si può avere nessuna comunione con quelli che sono al di fuori della Chiesa.
Ora, invece, la communicatio in sacris è diventata una manifestazione arbitraria dello spirito ecumenico, perché i ministri protestanti celebrano con i ministri cattolici la santa Eucaristia come succede in Germania, in Olanda, in Svizzera, in Francia. E, anche qui, c’è un equivoco, perché forse il ministro protestante che celebra l’Eucaristia col ministro cattolico spesso ha un concetto erroneo dell’Eucaristia, perché non crede né nella Presenza reale, né nel valore sacrificale espiatorio, né nella celebrazione in persona Christi.
Ma questi tre argomenti non si considerano, perché si dice che noi cattolici abbiamo in comune con i separati tante cose e, nella prassi ecumenica, bisogna badare a quelle cose. Questa confusione incongrua viene chiamata un passo avanti nell’ecumenismo, nella preghiera ecumenica. 

Dopo la limpida chiosa di Amerio, eccoci al nostro oggi, in riferimento al documento citato all'inizio, scaturito dagli esiti del dialogo cattolico-luterano, che il Vaticano ha fatto proprio avendolo reso ufficiale con la pubblicazione sul sito della Santa Sede. Esso reca le firme di Karlheinz Diez, Vescovo ausiliare di Fulda co-presidente cattolico e di Eero Huovinen, Vescovo emerito di Helsinki co-presidente luterano.
Non tocco diversi punti su cui ci sarebbe molto da dire. Si tratta di un documento molto complesso e articolato, che riprende tutte le novae conciliari e post, sulle quali molte riflessioni si potranno ricavare dai testi di cui ai link inseriti nell'introduzione sopra. Mi soffermo solo sulle conclusioni riguardanti l'Eucaristia, che è il centro e il culmine di tutto, come prioritaria e inalienabile funzione della Chiesa. E dunque tutto il resto non è che conseguenza.
 
Dal documento Dal conflitto alla comunione :
Convergenza nella comprensione del sacrificio eucaristico
[...]
157. Riguardo alla questione che per i riformatori era della massima importanza – il sacrificio eucaristico – il dialogo luterano-cattolico ha dichiarato come principio basilare: «Cattolici e luterani riconoscono insieme che Gesù Cristo nell’eucaristia “è presente come crocifisso, morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione, come vittima offerta una volta per sempre per i peccati del mondo”. Questo sacrificio non può essere né continuato né ripetuto né sostituito né completato; ma può e deve diventare operante in modo sempre nuovo in mezzo alla comunità. Sul modo e la misura di questa efficacia esistono fra di noi diverse interpretazioni» (L’eucaristia, n.56; EO 1/1263).
158. Il concetto di anamnesis ha contribuito a risolvere la controversa questione di come porre il sacrificio unico e sufficiente di Gesù Cristo nel giusto rapporto con la Cena del Signore: «Attraverso il memoriale degli atti salvifici di Dio nel culto, questi atti stessi diventano presenti nella potenza dello Spirito, e la comunità celebrante è connessa con gli uomini e le donne che in precedenza sperimentarono gli atti salvifici stessi. Questo è il senso in cui s’intende il comando espresso da Cristo nella Cena del Signore: nella proclamazione, con le sue stesse parole, della sua morte salvifica e nella ripetizione delle sue proprie azioni compiute durante la Cena, viene in essere la “memoria” in cui la parola e l’azione salvifica stesse di Gesù diventano presenti».[liv]
159. Il risultato decisivo è stato il superamento della separazione del sacrificium (il sacrificio di Gesù Cristo) dal sacramentum (il sacramento). Se Gesù Cristo è realmente presente nella Cena del Signore, allora anche la sua vita, passione, morte e risurrezione sono veramente presenti insieme al suo corpo, così che la Cena del Signore è «il rendersi veramente presente dell’evento della croce».[lv] Non solo l’effetto dell’evento della croce, ma anche l’evento stesso è presente nella Cena del Signore senza che questa Cena sia una ripetizione o un completamento di esso. Questo unico evento è presente in una modalità sacramentale. La forma liturgica della santa Cena deve, comunque, escludere tutto quello che potrebbe dare l’impressione di ripetizione o completamento del sacrificio sulla croce. Se la comprensione della Cena del Signore come vero memoriale viene costantemente presa sul serio, le differenze nella comprensione del sacrificio eucaristico sono accettabili per cattolici e luterani.
Richiamo la vostra attenzione sul linguaggio di questo testo, che veicola, attraverso un abile uso dei termini, nuovi significati e corrispondenti atteggiamenti interiori.
Da notare il passaggio riguardante la separazione tra sacrificium e sacramentum. Non che il termine sacramento di per sé sia sbagliato; ma mentre la Santa Messa è la riattualizzazione incruenta del Sacrificio di Cristo e come tale di questo è anche Sacramento, separando artatamente il Sacrificio dal Sacramento si può arrivare a dire: le differenze nella comprensione del sacrificio eucaristico sono accettabili per cattolici e luterani.
È evidente poi la confusione tra Sacrificio di lode - che l'Eucaristia è - e Sacrificio di Espiazione (termine decisamente espunto da ogni formulazione post-conciliare), che essa non è da meno. L’offerta sacrificale di Gesù e la sua espressione sacramentale ricapitola e compie l’economia dell'Antico Testamento: è nello stesso tempo olocausto; sacrificio di comunione (alleanza) e di lode; kippur (offerta espiatrice). Tra i due Testamenti non c'è cesura ma superamento, perché l’offerta del Figlio è perfetta, così come universale è la sua efficacia.
C'è da notare, inoltre, nell'anamnesis, il rovesciamento del soggetto : piuttosto che l'actio di Cristo che ad ogni celebrazione si fa realmente presente, viene sottolineata la compresenza della "comunità celebrante" (mentre il vero celebrante è il Signore) agli "atti salvifici del culto" (l'atto è uno solo: l'offerta al Padre, da cui derivano tutte le grazie a partire dalla Redenzione espiatrice per culminare nella Risurrezione rigenerativa) e "a tutti coloro che li hanno sperimentati". Non che i fedeli singolarmente e comunitariamente non siano resi presenti con la partecipazione, ma scopo della celebrazione non è questo, che è piuttosto la conseguenza della presenza e dell'azione di Colui che ripresenta il suo fiat al Padre (vero scopo e fulcro del culto) consegnandolo alla Sua Chiesa fino alla fine dei tempi. E non che non ci sia, nella Comunione dei Santi, la compresenza della Chiesa di ieri di oggi e di domani ad ogni atto di culto. Ma espressi in quei termini, concetti così sublimi risultano fumosi e imprecisi.
Riprendo qui dalla Mediator Dei:
Cristo Signore, «sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedec»  che, «avendo amato i suoi che erano nel mondo», «nell'ultima cena, nella notte in cui veniva tradito, per lasciare alla Chiesa sua sposa diletta un sacrificio visibile - come lo esige la natura degli uomini - che rappresentasse il sacrificio cruento, che una volta tanto doveva compiersi sulla Croce, e perché il suo ricordo restasse fino alla fine dei secoli, e ne venisse applicata la salutare virtù in remissione dei nostri quotidiani peccati, ...offrì a Dio Padre il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino e ne diede agli Apostoli allora costituiti sacerdoti del Nuovo Testamento, perché sotto le stesse specie lo ricevessero, mentre ordinò ad essi e ai loro successori nel sacerdozio, di offrirlo».
L'augusto Sacrificio dell'altare non è, dunque, una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentamente, il Sommo Sacerdote fa ciò che fece una volta sulla Croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima. «Una... e identica è la vittima; egli medesimo, che adesso offre per ministero dei sacerdoti, si offrì allora sulla Croce; è diverso soltanto il modo di fare l'offerta». 
Ed ora, senza mezzi termini si vuole abbracciare l'eresia protestante che sostituisce la riattualizzazione del Sacrificio di Cristo con un revival della Cena Pasquale. Cena e Sacrificio sono due cose diverse; così come ripetizione o revival e riattualizzazione sono due cose diverse. L'Eucaristia non ripete la Cena ma riattualizza il sacrificio del Calvario. Tutto il resto è eresia.
È vero che la Messa nasce nell'Ultima Cena, come ci viene ricordato anche di recente. È lì l'istituzione dell'Eucaristia. Tuttavia essa non riproduce e non ricorda la Cena, ma ciò che il Signore ha compiuto e ci ha consegnato: è lì ch'Egli porta i Suoi direttamente sul Calvario, dove a breve si compirà il Sacrificio. Il che è desumibile anche dall'uso del futuro nella formula consacratoria effundetur = sarà versato - e non versato al participio passato -  riferito al Sangue già transustanziato da Gesù durante l' Ultima Cena, che non è solo un convivio (Cena Pasquale ebraica), ma trasporta appunto al Calvario, il luogo del Sacrificio del vero Agnello. È questo il Novum, l'inedito, che dobbiamo custodire e vivere e che rende possibile il riscatto e la risurrezione nobis e per i molti che faranno questo in Sua memoria.
È questo che non è più significato pienamente nella liturgia, nella quale come segno più che eloquente, persino l'Altare è sostituito da una mensa mentre quel versato, usato al passato nella traduzione in lingua volgare, sembra narrare più che compiere.
Inoltre Gesù nella Cena non proclama la sua morte salvifica, la anticipa, introducendo a ciò che sta per compiersi sul Calvario e che rimane come eterno presente in ogni presente della storia della salvezza che è la nostra storia.
A questo punto siamo già perfino oltre ciò che ho scritto qui, sull'oltrepassamento della Mediator Dei da parte della Sacrosanctum Concilium. Francamente la situazione appare grave e poco recuperabile con chi non condivide le stesse coordinate fondamentali.
Maria Guarini
12 aprile 2014

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