Resistere è questione di sopravvivenza

Il precedente articolo ci ha posti di fronte all'ormai ineludibile discrepanza tra le cosiddette due forme: extraordinaria (Vetus Ordo) [sarebbe più corretto parlare di Rito Romano usus antiquior] ed ordinaria (Novus Ordo) del Rito Romano e la discussione che esso ha innescato ha focalizzato i nodi, per molti ancora sommersi, che appaiono a tutt'oggi insolubili. Propongo le seguenti riflessioni che riprendono anche la sintesi di quanto sviluppato nella discussione.

Dobbiamo partire dalla consapevolezza del prevalere dei luoghi comuni sull'Antico Rito, ormai fatti propri quasi dall'intero corpo episcopale nonché dagli stessi pontefici, tolte le posizioni ondivaghe di Ratzinger/Benedetto XVI, che tuttavia ci ha offerto la piena liberalizzazione nel motu proprio Summorum Pontificum.
Del resto, basta anche tornare al famoso discorso ai sacerdoti del 14 febbraio, nel quale lo stesso Benedetto XVI ci lascia parole sulla Messa antica che ripropongo con riluttanza tanto sono simili ai peggiori pregiudizi che cozzano con la nostra esperienza di fede. E forse spiegano come mai non ha mai visitato la Parrocchia personale o non ha mai presenziato (non c'era bisogno che il Papa celebrasse) ad una messa usus antiquior... Pensavamo per non incorrere negli strali del modernisti; ma dopo quelle parole le nostre illusioni sono cadute! Nonostante peraltro esse cozzino con quanto affermato in molti suoi scritti nei quali tra l'altro ha stigmatizzato la liturgia "fabbricata a tavolino" e giudicato il Rito antico "mai abrogato".
«...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...». (Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)
A questo punto, mentre occorre sgombrare ogni equivoco sull'actuosa participatio, fatta passare per una scoperta del concilio, ci sono molti che la Santa e Divina Liturgia Romana non l'hanno mai abbandonata e non solo grazie alla Fraternità di San Pio X. Per quanto mi riguarda, l'ho ritrovata nel 2007 con grande commozione e gioia spirituale; ma dentro di me vivevo il NO con lo spirito precedente, ricevuto nella Chiesa e non dai "libri devozionali", che - non so in Germania - ma io non ho mai visto usare durante la messa antiquior: ho ancora il mio bel messale degli anni '60! E, finalmente, sono riuscita a dare un nome ai miei disagi e alla mia sofferenza, sfociati nell'approfondimento e nello sviluppo dei temi riguardanti questa questione centrale per la nostra fede!
E so bene che questi disagi e questa testimonianza non sono solo i miei.

Penso che è vero che prima del concilio molti vivessero la liturgia più come abitudine che come esperienza viva. Ma forse oggi accade il contrario?
Credo che non fosse un problema preconciliare, o legato al rito; ma che sia un problema di sempre, che il concilio non ha affatto risolto. 
È compito di ogni generazione scoprire e vivere le ragioni della propria fede, incarnandola come un dono vivo e vitalizzante nella Chiesa - proprio a partire dalla Liturgia - e così trasmetterla alle nuove generazioni... È compito dei sacerdoti e dei testimoni far conoscere e introdurre i fedeli ai Sacri Misteri e la carenza di formazione o anche la diminuzione di fervore attribuita all'epoca pre-conciliare non era certo attribuibile al rito, ma a tanti fattori tuttora presenti e per nulla sconfitti né superati, anzi aggravati!

Per risolvere un problema che è sempre esistito e sempre esisterà: l'actuosa participatio, appunto, si è riformato ciò che non si doveva. Ma, a quanto risulta erano presenti ben altre ragioni. La principale: "venire incontro ai fratelli protestanti". E farlo attraverso l'omologazione da parte cattolica, anche in chiave ecumenica, piuttosto che nell'ottica del reditus da parte loro, è la dimostrazione del sovvertimento nel quale siamo tuttora immersi.
Quanto alla Liturgia, dice Giovanni Paolo II nell'Enciclica Ecclesia de Eucaristia n.52:
« ... A nessuno è concesso di sottovalutare il Mistero affidato alle nostre mani: esso è troppo grande perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale ».
* * *
Risposta alla domanda, rivelatasi fondamentale, se S. Pio V avesse l'autorità di impegnare i successori con la Quo primum:
« Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e inibizione ».
L'Autorità assoluta non deriva a Pio V solo da fatto di essere il Pontefice che stava curando il riordino e l'unificazione del Messale Romano, ma dal fatto che in esso ha codificato e riconosciuto la Tradizione millenaria della Chiesa in sintonia con quella Apostolica.
Questo atto può essere messo in discussione soltanto se si sovverte, come è stato fatto nel post-concilio, il concetto di Tradizione e lo si sposta dall'oggetto-Rivelazione al soggetto-Chiesa. [vedi: Fusione delle fonti della Rivelazione", inoltre Alcune osservazioni sulla Lumen Fidei e anche qui]
 
Dobbiamo riagganciarci al dato fondamentale che il Papa non può fare ciò che vuole, ma la sua autorità incontra - oltre ai limiti riferiti alla costituzione essenziale della Chiesa, alla legge divina e al diritto naturale -  i limiti dogmatici che lo vincolano alla rivelazione e alla testimonianza autorevole codificata in maniera autoritativa dai Papi in precedenza: è questa l'unica testimonianza autorevole che la Chiesa può dare di se stessa. Altrimenti siamo nell'arbitrio, che sfocia nell'anomia...
Dunque, se è vero che un Papa può cambiare una regola sancita da un suo predecessore, egli può farlo soltanto entro questi limiti. E la Divina Liturgia più che millenaria del Rito Romano non è proprietà papale, è proprietà di tutta la Chiesa, costituendone la forma cultuale consolidatasi in due millenni di Tradizione ininterrotta, sedimentatasi intorno al nucleo centrale del canone che risale all'epoca Apostolica. Ed è proprio questo che è stato -e non poteva- essere sovvertito, insieme all'Ordo mirabile che ne è preludio e compimento.
 
Il problema, ineludibile, è che nella tradizione cattolica sono stati introdotti elementi protestanti col pretesto di un malinteso ritorno alle origini, nonché particolarità rituali definibili dalle Chiese locali; ed è proprio ciò che il Messale di San Pio V intendeva solennemente e perennemente evitare. Inoltre non è ammissibile che nella Chiesa una pseudo-tradizione improvvisata e "fabbricata a tavolino" possa cancellare e sostituire quella autentica e perenne. A meno, ripeto, di aver sovvertito, come di fatto è avvenuto, il concetto stesso di Tradizione; il che non è accettabile perché ne va della 'continuità' ontologica della Chiesa.
 
Don Gianluigi ci fornisce l'autorevole presa di posizione di Klaus Gamber nel suo "La Réforme liturgique en question" a pag. 36-37. Dice lo studioso che l'autorità piena e suprema del Papa sulla Chiesa universale, per quanto riguarda la disciplina e il governo, non può essere applicata al rito della messa. Infatti, dice Gamber, la Messa non rientra in alcun modo nel concetto di disciplina, né vi è alcun documento che esplicitamente parli di un diritto del Papa, come pastore supremo della Chiesa, ad abolire un rito tradizionale.
A sostegno della sua tesi cita il noto passo di san Vincenzo di Lerino, il quale pone dei limiti alla plena et suprema potestas del Papa in campo dogmatico. Richiama pure il pensiero di Suarez, che si riferisce al Caietano, per il quale "il Papa sarebbe scismatico se non volesse mantenere l'unità dell'intero corpo della Chiesa, per esempio se tentasse di scomunicare tutta la Chiesa o se volesse modificare tutti i riti confermati dalla tradizione apostolica"
Inoltre Gamber rammenta come già nel 1965 il rito della Messa era stato modificato secondo le indicazioni della "Sacrosanctum Concilium" e ancora nel 1966 il card. Cicognani definisce il Messale del 1965: «...il risultato perfetto della Costituzione liturgica del Concilio.» Quindi nessuno si aspettava di lì a tre anni un nuovo messale che avrebbe sovvertito il rito tradizionale (e che si discosta in molti punti dalle direttive della SC).
Dunque, secondo quanto sottolinea Marco Marchesini e ripropone Amicus, il rito romano antico poteva in teoria essere abrogato validamente da un Papa, ma solo per fare posto ad un altro rito pienamente cattolico. Egli avrebbe potuto farlo validamente, ma con molta difficoltà senza peccare contro la prudenza. Nonostante le intenzioni di Papa Paolo VI questa abrogazione non c'è stata, sia perché manca il documento giuridico che certifichi l'abrogazione, sia perché il NO non è un rito che esprime in maniera chiara la Fede cattolica. Ovviamente Benedetto XVI ha certificato solo la prima motivazione. La seconda però è davvero determinante e può risolvere tutti i dubbi fino ad ora espressi.

Ribadisce tuttavia Amicus, che si sta parlando di una ipotetica abrogazione della S. Messa Romana da parte di Paolo VI, non di ritocchi, aggiunte e piccole modifiche. L'unico Papa che ha abrogato alcuni riti è stato proprio San Pio V, ma il provvedimento riguardava solo quelli non più antichi di 200 anni, e dunque senza radici nella Tradizione cattolica. Dal che arguisce che anche la semplice discussione su una possibile abrogazione di un Rito quasi bimillenario della Chiesa è, in se stessa, un fatto assurdo, improponibile.
 
Don Gianluigi aggiunge che l'obiezione capitale che possiamo muovere a tutta la riforma liturgica è nell'ispirazione. Paolo VI ha approvato una riforma ispirata da una mens prevenuta nei confronti della Tradizione. Non vedeva nella Messa l'eredità degli Apostoli, ma le incrostazioni di una liturgia via via peggiorata da Costantino in poi. Il risultato è stato quello dei riformatori protestanti: Lutero e Cranmer, che si sono posti al di sopra della liturgia e l'hanno modificata a tavolino. La nostra Messa oggi assomiglia più a quella di Cranmer e di Lutero che a quella tradizionale. E quindi tutto avrebbe potuto fare Paolo VI ma non approvare una Messa in cui regna l'ambiguità e in cui tutto è permesso tranne riprendere la Tradizione. E ci asteniamo in questa sede dall'entrare nel dettaglio nei numerosi e problematici confronti delle due 'forme', evidenziati nel mio piccolo saggio, [scaricabile qui in pdf] che dà la visione d'insieme della questione allo stato attuale. 
 
Possiamo quindi concludere che il fatto che il Novus Ordo l'abbia promulgato un papa, per quanto egli abbia usato termini perentori e autoritari - sia pure nell'inconsueta promulgazione non univoca -, non ci esime dal metterlo in discussione, anche se ciò ci fa correre il rischio di arrivare a conseguenze di estrema gravità, che non saremo peraltro noi a trarre, limitandoci a mettere in campo il nostro sensus fidei cattolico. Sarà la storia e un papa futuro a distinguere e sancire. Infatti lo mettiamo in discussione non per impugnarlo, ché non è nostro compito, ma per affermare l'intrinseca dignità del Rito Antiquior ed il nostro diritto di scelta, che invece ci viene negato contro il dettato del Summorum.
 
Don Camillo ha proposto argomentazioni di Don Cekada a favore dell'abrogazione che appaiono non superficiali, pur nell'ovvia dissociazione dal contesto da cui provengono. D'altra parte, tuttavia, queste, insieme a tutte le considerazioni di cui sopra, sono coronate dall'affermazione del « mai abrogato » da parte di Benedetto XVI, in un atto ufficiale dal valore giuridico che costituisce interpretazione autentica degli atti giuridici compiuti da Paolo VI - sottolinea la lettrice Murmex - interpretazione compiuta dall'unica autorità in grado di farla.

Ciò consentirebbe di concludere qui il discorso; e non potrebbe preludere ad una possibile smentita della stessa autorità, perché essa incorrerebbe nei limiti dogmatici che la vincolano alla rivelazione e alla testimonianza autorevole data dalla Chiesa in precedenza. Se poi, oggi, la Chiesa pretendesse che questi limiti siano superabili dalla continuità nell'unico soggetto-Chiesa, che - sganciato dall'oggetto-Rivelazione divenuto mutevole nel divenire insieme al soggetto -, non garantisce niente e nessuno, dovremmo pensare di aver raggiunto un crinale non oltrepassabile, pena la costituzione essenziale della Chiesa stessa.
 
Sono conclusioni che appartengono ormai alla scelta della coscienza individuale di ognuno, perché al momento non ci sono pastori che incontrovertibilmente e autorevolmente assumano queste posizioni nell'attuale gerarchia, il cui assordante silenzio anche nei confronti del "caso" dei Francescani dell'Immacolata, al di là di ogni altro problema interno all'Ordine, è emblematico proprio in questi termini. È un silenzio che può nascondere timori di emarginazione da parte del potere egemone e dunque convenzionale allineamento oppure esiziale connivenza.
 
Da un lato ragioni di prudenza potrebbero suggerire di non portare la questione alle estreme conseguenze, per non correre il rischio di irrigidimento dell'Autorità costituita, nel tentativo di portare avanti una pastorale tradizionale che però, di fatto, è ostacolata e soffocata in tutti i modi. Ma quel che ci si sta rivelando con sempre maggiore chiarezza proprio dagli ostacoli frapposti e dal 'clima' sempre più ostile, rende necessario prendere un posizione chiara e precisa, sia per ineludibile consapevolezza che per ragioni di sopravvivenza. Peccato che le maggiori esperienze ecclesiali coinvolte in questo discorso: le comunità Ecclesia Dei e oggi anche i FI risultino di fatto imbavagliati e silenziati sia sui punti controversi del concilio - che vorrebbero costringerci a prendere in blocco come nuovo superdogma indiscutibile - che sulla pastorale collegata al Rito Antiquior.

Intanto tutto potrà apparirci più chiaro proprio dall'evolversi della vicenda degli FI in rapporto alla Messa negata. La loro discrezione - comprensibile per il resto, ma meno comprensibile a questo riguardo, soprattutto per i fedeli coinvolti - ci impedisce di conoscere se e quanti di loro e con che esito, hanno chiesto o chiederanno l'autorizzazione imposta dal tanto increscioso quanto distonico provvedimento.
Maria Guarini
17 agosto 2013

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