Ora tocca alla “rifondazione” della vita religiosa.
E poi c'è il resto. E noi? E i pastori ancora 'sani'?

 
Su Libertà e persona [qui ] leggo un articolo che mi induce alla riflessione di oggi.
Ne riporto la prima parte con alcune chiose, per poi esprimere di seguito alcune osservazioni, allargando il discorso all'orizzonte ecclesiale più ampio.

L'evento da cui prendo le mosse
Dal 3 al 7 novembre, a Tivoli, si è tenuta la 54ma assemblea generale della CISM (Conferenza Italiana Superiori Maggiori) dal tema: “Missione della Chiesa e la vita consacrata. Una lettura dell’ Evangelii Gaudium”. Presenti, tra i relatori, Dom Manicardi, vice priore della Comunità di Bose, P. Fidenzio Volpi, Segretario Generale della CISM, ed attuale Commissario dei francescani dell’Immacolata, Sua Ecc.za Mons. José Rodriguez Carballo, Segretario Generale della Congregazione per gli Istituti di vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (quello del concilio conditio sine qua non [qui]), Dom Innocenzo Gargano, calmaldolese, estimatore della Scuola di Bologna, [vedi qui come sta riprendendo quota] etc. Relatore unico, nella giornata di mercoledì 5 novembre, S. Ecc. Mons. Nunzio Galantino, attuale Segretario Generale della CEI, (quello dei volti inespressivi et alia [qui]) con un conferenza dal titolo molto significativo: “Una Chiesa in ‘uscita’ è una Chiesa dalle porte aperte. Il paradigma ecclesiologico della Evangelii Gaudium1 (per la lettura integrale, vedere qui).
Alcune significative e dirompenti indicazioni emerse
Premesso che i partecipanti sono già tutto un programma, vengono riportate quelle che attualmente sono considerate le tre tentazioni della vita religiosa, sottolineate da mons. Galantino.
  1. Sfiducia: «Francesco ci ha ricordato che a frenare il cammino è innanzitutto “la tentazione dell’irrigidimento ostile”, quello che prende quanti si chiudono nella lettera e non ne colgono più lo spirito: si può essere, allora, anche zelanti e scrupolosi, ma ci si condanna a non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio di Gesù di Nazaret…» [Mons. Gheradini stronca la cristologia liberale qui].
  2. Buonismo distruttivo, che spinge a «trattare i sintomi e non le cause e le radici».
  3. Considerarsi padroni e non custodi del depositum fidei, ossia, citando papa Francesco, «la tentazione di trascurare la realtà con l’utilizzo di una lingua minuziosa e di un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano bizantinismi, queste cose…»
Ergo, secondo Galantino, il quale - oltre ad essere tra i propugnatori del post-umanesimo2, è colui che disprezza i volti inespressivi di chi recita il rosario pro-vita [qui] - non è un chierico qualunque, ma il segretario della CEI, pupillo del papa "regnante", i veri problemi della vita religiosa sarebbero l’irrigidimento di chi si ostina magari ad osservare letteralmente la propria regola, il buonismo e l’eccessiva minuziosità [che è anche accuratezza e quindi precisione] del linguaggio…
«Per vincere queste tentazioni, che si manifestano anche nelle diverse forme che degradano la vita religiosa confinandola nella meschinità e rendendola semplicemente infruttuosa, la via indicata dal Vangelo è riassunta in una parola, per la precisione in un verbo, che abbiamo imparato a riconoscere come uno dei capisaldi dell’insegnamento di Papa Francesco: uscire». E precisa: «Si tratta di uscire per abbracciare la prospettiva della periferia». Vogliamo sommessamente ricordare (come diceva il saggio: “a volte anche l’ovvio va detto”) che “la via indicata dal Vangelo” mette al centro innanzitutto quel “Convertitevi e credete al vangelo (Mc 1,15) che è l’inizio della predicazione di Nostro Signore. Solo così si può “uscire”.
Comunque sia da questo nuovo imperativo (Uscire! vedi riflessioni qui) derivano tre scelte precise da attuare nella vita religiosa:
  1. «un decentrarsi che comporta di saper prendere le distanze sia dalle proprie idee – quante volte indebitamente assolutizzate! – sia dalle stesse opere».
  2. «la disponibilità a vincere la paura rispetto a ciò che è altro da noi, specie quando la diversità si configura come complessità e problematicità. A tale proposito, Francesco richiamava la necessità di combattere il “fantasma” di una vita religiosa intesa come rifugio e consolazione. Del resto, siamo testimoni di quanto non regga più l’idea del religioso come di una sorta di artigiano che lavora in proprio, collocato in una dimensione “altra”, “speciale”, un “di più”, che dice separazione… L’intimismo, alla fine, si sposa con l’individualismo, malattie che – mentre chiudono – colpiscono tante relazioni…»
  3. «Infine, accanto al decentrarsi e al coinvolgersi, uscire significa anche rifarsi lo sguardo o, meglio, assumere lo sguardo di Cristo».
Ergo, dice il Segretario della CEI, urgono tre condizioni per una rifondazione (?):
  1. «La prima è una vita comunitaria, una vita di relazioni fraterne… l’altro diventa parte dell’identità di ciascuno, in una vita di comunione che non minaccia l’alterità, ma la genera…». [non chiedetemi cosa significhi, NdA]
  2. «Necessità di essere autenticamente radicati in un determinato carisma», che Galantino spiega in questo modo: «La vita religiosa si trova oggi a vivere un tempo di svolta, di riposizionamento, addirittura di rifondazione: ormai non si tratta più di adattarsi né semplicemente di aggiornarsi; occorre arrivare a cambiare gli stessi paradigmi della vita religiosa, se si vuole innescare un autentico processo di cambiamento. Non liberarsi dalle storicizzazioni che condizionano la fedeltà all’oggi sarebbe come arrivare in ritardo all’appuntamento con la storia e quindi rischiare di non esserci, di non venire riconosciuti come presenti, di sparire».
  3. «Necessità di essere profondamente immersi nella realtà, facendone esperienza… Quanto bisogno c’è di proporre una santità che non sia relegata tra gli incensi del tempio e che non sia spogliata della sua carica originaria, ma fatta di trascendenza e di esistenza quotidiana, indissolubilmente intrecciate tra loro: allora, è laboratorio di nuova umanità, capace di dar vita a strutture mentali, spirituali, affettive – e pure organizzative – semplici e accoglienti, poco pesanti e aperte, in cui non sia assente la gioia della comunione, perché una fraternità senza gioia è una fraternità che si spegne… L’alternativa è la sterilità, a cui siamo condannati quando il patrimonio della vita religiosa si blocca su un modello di società che non c’è più e su un modello di comportamenti che non esprimono più un valore avvertito come tale».
Ci stiamo avvicinando al 2015, anno dedicato alla vita consacrata, e avremo molto tempo per riflettere su queste piste di avvicinamento e per una “rifondazione” (?) della vita religiosa.
Osservazioni sull'evento segnalato
Innanzitutto sovviene che, tra i cambiamenti rivoluzionari in atto, in un'intervista del 1 agosto scorso sull'OR, il card. João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, afferma che Bergoglio lo ha incaricato di rivedere la costituzione Sponsa Christi di Pio XII perché preconciliare (discorso collegato con quanto sta accadendo alle Francescane dell'Immacolata).
Tornando all'articolo e prima di proseguire, visto che l’intervento di Mons. Galantino si proponeva di indicare parole chiave per un rinnovamento della vita religiosa, l'autrice ha fatto una statistica - eloquente di per sé e che non ha bisogno di commento - delle ricorrenze (assenti o presenti e in che misura), delle parole chiave che per millenni hanno fatto parte del senso cattolico della "vita religiosa", espropriato della sua realtà più profonda attraverso il nuovo linguaggio, che molti elementi, tralasciandoli, estromette mentre molto altro introduce.
Parto dalla parola più ricorrente e proseguo a scalare: Papa Francesco: 17Uscire/uscita: 6; Periferia/periferico: 6; Ascolto/ascoltare: 4; Gesù 3; Fede, Speranza: 1 (nel senso di “abbracciare il futuro con speranza”); Carità, Adorare/adorazione, Grazia: 1 (come “tempo di grazia”, riferito al prossimo anno della vita consacrata); Benedetto XVI: 1 (per dire che Papa Francesco riprendeva Benedetto XVI sul tema della testimonianza); Peccato: 0, Mortificazione: 0, Penitenza: 0; Pregare/preghiera: 0; Maria/Madonna/Immacolata: 0; Ascesi: 0.
 
Dunque questi personaggi (come faccio a chiamarli "pastori"?) si accingono a rivedere ulteriormente l'ecclesiologia secondo parametri rivoluzionari e con motivazioni fumose prive di riferimenti teologici fondanti e veritativi, senza più aggancio neppure ai precedenti pontefici post-conciliari, ritenuti superati anch'essi. Non è altro che il frutto maturo della ermeneutica storicista applicata alla Tradizione [qui].

Essi sono TUTTI scelti dal papa e quindi in linea con i suoi orientamenti. Ebbene, visto quanto hanno espresso nel corso dell'evento c'è da inorridire, nel rendersi conto di quanto il 'mondo' sia penetrato là dove non avrebbe dovuto. Il loro parlare all'insegna di termini enfatici infarciti dei più ricorrenti slogan bergoglieschi porta ben lontano da quello che è stato l'atteggiamento interiore derivante da leggi spirituali chiare ed immutabili che ha sempre caratterizzato il comportamento della Chiesa negli aderenti ai suoi Ordini religiosi, ognuno dei quali incarna un carìsma ben definito, non appiattibile né diluibile nel pot-pourri che ci viene propinato dai nuovi gerarchi, soprattutto da parte di quelli che non saranno di sicuro assoggettati ad alcuna 'purga', previa chiacchierata informale.

Osservazioni generali
Vorrei iniziare con una rapida scorsa da un inedito di Bergoglio, apparso su Repubblica in un articolo redazionale del 13 marzo scorso (ad un anno d'inizio del pontificato). Si tratta di uno stralcio tratto dal suo libro allora fresco di stampa: «La bellezza educherà il mondo» [educherà invece che salverà?], del quale ho appreso così l'esistenza e sul quale ho commentato [qui], sulla base delle citazioni presenti nell'articolo dal titolo già di per sé rivelatore: "Basta fondamentalismi e pensiero unico, la verità non esiste senza il dialogo". Ne riprendo una, con le chiose successive, rimandando al link per l'intero testo.
"Dialogo non significa relativismo, ma «logos» che si condivide, ragione che si offre nell’amore, per costruire insieme una realtà ogni volta più liberatrice". [...] Così appaiono tre dimensioni dialogiche, intimamente connesse: una tra la persona e Dio — quella che i cristiani chiamano preghiera — , una degli esseri umani tra loro, e una terza, di dialogo con noi stessi. Attraverso queste tre dimensioni la verità cresce, si consolida, si dilata nel tempo. […] A questo punto dobbiamo chiederci: che cosa intendiamo per verità? Cercare la verità è diverso dal trovare formule per possederla e manipolarla a proprio piacimento.
  1. «logos» che si condivide.
    il Logos, in senso giovanneo, che è la Ragion d'essere di tutte le cose, il Verbo, che ci si è rivelato in Cristo come Verbo incarnato, si può condividere solo tra chi lo ha accolto, altrimenti cosa o chi si condivide? Infatti un vero dialogo è possibile se si parte da presupposti comuni su cui proseguire l'approfondimento e la comune ricerca. Ma la Chiesa, come il Suo Signore, insegna non dialoga, perché ha fondamenti già dati che deve approfondire e dispensare, non cercare insieme ad altri. La cultura che scaturisce dalla Fede vissuta può dialogare con le altre culture ai fini della civile convivenza, ma non per la ricerca della verità.
  2. ragione che si offre nell’amore
    Noi parliamo, invece dell'amore che nasce dalla ragione e offriamo insieme alle ragioni che accendono in noi l'Amore anche la possibilità di riconoscere, accogliere ed amare lo stesso Amore. Dunque amiamo ciò che conosciamo, altrimenti amiamo l'amore come cosa astratta. Così come l'Amore (Spirito Santo) non precede ma procede dal Padre e dal Figlio. Per questo richiamo l'attenzione alla "dislocazione della divina Monotriade" denunciata da Romano Amerio : «Come nella divina Monotriade l’amore procede dal Verbo, così nell’anima umana il vissuto procede dal pensato. Se si nega la precessione del pensato dal vissuto, della verità dalla volontà, si tenta una dislocazione della Monotriade; allo stesso modo separare l’amore, la carità, dalla verità non è cattolico».3
  3. per costruire insieme una realtà ogni volta più liberatrice.
    Cos'è che libera, quello che costruiamo noi (insieme a chi? E con gli elementi comuni? Ma questo è "antropocentrismo") o il Vero Costruttore insieme a noi?
Lui sta ancora cercando la verità? Non l'ha ancora trovata? Non è il Vicario in terra di Colui che ha fondato la Sua Chiesa rivelandosi come Via Verità e Vita? Ed è una Persona che trasmette grazia e verità - Sé stesso appunto: il Signore - e non formule astratte. Anche se per annunciarla bisogna pur formulare espressioni umane chiare e comprensibili, che non risultano astratte proprio perché e quando sono permeate della grazia e della verità che le accompagna. A me sembrano molto più astratte queste elucubrazioni che hanno sempre un bersaglio in ciò che è cogente di per sé e non da parte di chi lo mostra e che viene confuso con manipolatorio. E trovo molto più manipolatoria questa liquidità dell'informe.

Agire al di fuori della verità non è un agire libero, bensì costretto: se non dal peccato, dalle convenzioni sociali o dalle pressioni ambientali. Una pastorale che non sia ancorata saldamente nella verità rivelata non conduce alla libertà e non porta alla salvezza. Qualunque “piano pastorale”, se non ha a monte le idee e i principi della dottrina cattolica divinamente rivelata, sarà inevitabilmente "altro". Magari più vicino alla Nuova Religione Mondiale della falsa "chiesa universale", che non viene da Cristo Signore.

Di certo le affermazioni in questione (come molte altre) non sono magistero, provenendo da un testo scritto come dottore privato; ma è questo che oggi viene veicolato su larga scala ad una massa sempre meno formata alla Fede dei Padri e da un clero sempre più conforme ai nuovi indirizzi, fatte salve rare eccezioni. Ormai sembra sparita dall'orizzonte ecclesiale la formulazione chiara e definitoria dalla Sede adeguata, che è il Soglio di Pietro e non tribune mediatiche di vario genere. Ma il fuoco delle verità perenni è ben vivo sotto la cenere e tornerà a risplendere...

Del resto, oltre che dai dati sopra esaminati nonché dagli ormai molti fatti e parole dal Soglio di Santa Marta, abbiamo conferma della rivoluzione innescata a ritmi ingravescenti anche dalle ultimissime dichiarazioni rese dal card. Kasper "il teologo di Papa Francesco", a Washington in una conferenza alla Catholic University of America. riportate da Repubblica [qui].
Per il Pontefice argentino, ha spiegato Kasper, "non si applicano gli schemi ormai logori di progressista o conservatore". Bergoglio "non è un liberal ma è un radicale, nel senso originale della parola di chi va alla radice". È "il Papa delle sorprese", ed "è riuscito a illuminare l'atmosfera cupa che si era posata sulla Chiesa come una muffa".
Aggiungo le parole di Bertinotti su Avvenire dell'8 novembre scorso in un articolo dal titolo significativo: "La rivoluzione la fa Francesco" [qui].
«...Sto con Papa Francesco che parla di ideologia del mercato; ripudia la guerra come strumento dei mercanti di armi e invita i poveri alla 'lotta', una parola che mi ha colpito, come strumento di affermazione della loro dignità senza aspettarsi da altri la liberazione [E Cristo Signore cos'è venuto a fare?]. Per me è suonato come una valorizzazione del movimento del sindacato di base, il sindacato dei consigli, dei preti operai, una vicenda per me molto significativa degli anni ’70. Una storia di dialogo intenso fra socialisti e cristiani in nome dell’egualitarismo».
Non è altro che una virata a 180° dai suoi predecessori, che già avevano impartito alla Barca di Pietro sterzatine fuori rotta di conio conciliare... Ma assolutizzare nei termini attuali un comportamento, peraltro fondato su elementi sentimentali e contingenti, oltre che decisamente populisti anziché soprannaturali, non può che portare alla dissoluzione dell'autentica vis liberante e trasformante del cristianesimo, portatore di una Presenza e della grazia vivificante, opera teandrica unica e definitiva di Cristo Signore nostro. E nessuno dice nulla?

C'è chi (penso ad Antonio Socci) - con argomenti di rispetto che meriterebbero adeguate competenti analisi e risposte - non riesce a digerire l'anomalia delle dimissioni di Benedetto XVI e le evoluzioni conseguenti: la figura inedita e senza fondamenti teologici del "Papa emerito" con ciò che essa ha posto in essere et alia, ripetutamente discussa anche qui [vedi link più recente, che contiene diversi altri rinvii]. Nel silenzio più totale della gerarchia.
Se pur vogliamo mettere tra parentesi i dubbi sul Conclave, che in ogni caso non andrebbero rimossi ma affrontati da chi di dovere, per il resto la consapevolezza sulla spaccatura già in atto ormai è presente in tutto l'Orbe cattolico ed oltre. Ma il nostro Atanasio, dov'è?

Conclusioni
Ciò che scompare definitivamente è il valore della contemplazione e dell'adorazioneche, se ci rifacciamo alle radici metafisiche e soprannaturali della spiritualità cristiana, sono il fondamento di tutto come ci ricorda sapientemente mons. Schneider [qui]:
Il primo comandamento che Cristo ci ha dato era di adorare Dio solo. La liturgia non è una riunione tra amici. È il nostro primo compito adorare e glorificare Dio nella liturgia e anche nel nostro modo di vivere. Da un vero amore e da una vera adorazione di Dio si sviluppa l’amore per il povero e per il prossimo. È una conseguenza. I santi in duemila anni di storia della Chiesa, tutti i santi che erano così devoti e pii, erano tutti estremamente misericordiosi con i poveri dei quali si prendevano cura. In questi due comandamenti sono contenuti tutti gli altri. Ma il primo comandamento è amare e adorare Dio e ciò è realizzato in modo supremo nella sacra liturgia. Quando si trascura il primo comandamento, allora non si sta facendo la volontà di Dio ma ci si compiace di sé. La felicità è realizzare la volontà di Dio, non la nostra.
La caratteristica principale dei gerarchi attuali è l'uso di affermazioni apodittiche, senza mai prendersi la briga di dimostrarle o con dimostrazioni monche e sofiste. Ma di dimostrazioni non hanno neppure bisogno, perché il nuovo approccio e il nuovo linguaggio hanno sovvertito tutto ab origine. E il non dimostrato dell'anomala pastoralità priva di principi teologici definiti è proprio ciò che ci toglie la materia prima del contendere. È l'avanzata del fluido cangiante dissolutore informe, in luogo del costrutto chiaro, inequivocabile, definitorio, veritativo: l'incandescente perenne saldezza del dogma contro i liquami e le sabbie mobili del neo-magistero transeunte.

Ed invece è la risposta fondata sulla dottrina perenne lo strumento decisivo – contro le dottrine relativiste dominanti – per innalzare l’uomo dalla vita terrena a quella eterna attraverso quella « adæquatio rei et intellectus » (conformità fra ciò che si pensa e la realtà, quindi adesione ad essa) intravista da Aristotele, affermata da San Tommaso con la sua esemplare chiarezza e compiuta da Cristo. Confermata dalla Fides et Ratio (superata anche questa?):
"n.82 ...appurare la capacità dell’uomo di giungere alla conoscenza della verità; una conoscenza, peraltro, che attinga la verità oggettiva, mediante quella adæquatio rei et intellectus a cui si riferiscono i Dottori della Scolastica. Questa esigenza, propria della fede, è stata esplicitamente riaffermata dal Concilio Vaticano II: «L’intelligenza, infatti, non si restringe all’ambito dei fenomeni soltanto, ma può conquistare la realtà intelligibile con vera certezza, anche se, per conseguenza del peccato, si trova in parte oscurata e debilitata». (Gaudium et Spes, 15)".
Anche se proprio in alcuni punti della Gaudium et Spes riconosciamo le radici dell'antropocentrismo richiamato da mons, Schneider nell'intervista già citata e sapientemente illustrate [qui] da Mons. Gherardini.

Ricordo come proprio Mons. Athanasius Schneider [qui], dopo un lungo e articolato excursus di taglio teologico pastorale sulle "luci del Concilio" - che si collocano in quel livello, citato da Mons. Gherardini5, nel quale il concilio riprende le verità già definite - ha affermato che la 'rottura' si manifesta nella svolta antropocentrica e nel campo Liturgico, mentre nella Sacrosantum Concilium non ce n'è traccia6, ed è individuabile nel chiasso ermeneutico delle applicazioni contrastanti e nei gruppi eterodossi. In conclusione, egli ha invocato un "sillabo" con valore dottrinale, con completamenti e correzioni autorevoli in campo liturgico e pastorale. Ma, prima di questo, tutta la sua trattazione è una sintesi mirabile e magistrale della missione e della realtà della Chiesa, operata riprendendo e tracciando il filo conduttore fornito dai testi selezionati del Concilio stesso e dei pronunciamenti dei Papi, seguendone il filo aureo attraverso citazioni puntuali e rivelative; il che non toglie valore alla invocazione conclusiva, evidentemente mossa dagli effetti, ormai sotto gli occhi di tutti, delle applicazioni sconsiderate che hanno vanificato quel vero spirito che animava i papi del Concilio e certamente la pars maior et sanior dei Padri Conciliari.

E, invece, finora gli stessi pastori più conservatori non si decidono ad ammettere che il concilio, cambiando il linguaggio [qui] e attraverso l'ermeneutica taroccata [qui], ha cambiato anche i parametri di approccio alla realtà propinando, attraverso le ambiguità di alcuni documenti, dosi di veleno apparentemente non letali. Queste - se adeguatamente e autoritativamente non neutralizzate - stanno continuando a ferire profondamente il corpo mistico di Cristo e, come afferma Mons. Gherardini:
Di tutte queste storture e devianze e ribellioni s'intesse, sì, la passio Ecclesiae, ma è una passione che non s'identifica mistericamente con quella di Cristo, non arricchisce e non dilata la Chiesa come il sangue dei martiri. La mortifica, anzi la strozza, le rifila l'aria che dovrebbe respirare, la riduce al rantolo. Contro questa passio, pertanto, occorre prender posizione, essa va neutralizzata, e l'unica maniera per farlo è quella d'una fedeltà a tutta prova: la fedeltà dei santi [qui].
Del resto una pastorale che non sia ancorata saldamente nella verità rivelata non conduce alla libertà e non porta alla salvezza. Qualunque “piano pastorale”, se non ha a monte le idee e i principi che non sono quelli della dottrina cattolica divinamente rivelata, sarà inevitabilmente "altro". E magari sempre più vicino a una Nuova Religione Mondiale, propria di una falsa chiesa universale, che non viene da Cristo Signore.
E noi? E i Pastori che sono i nostri punti di riferimento intervengono solo a proposito del sinodo? E chi va fino in fondo, oltre a sollevare le domande che sono in molti oggi a porsi sulle radici prossime e remote della crisi attuale? Tranne Mons. Schneider che le radici le ha indicate [qui] e gli scritti e le testimonianze di studiosi sulle variazioni indotte dal Vaticano II come Amerio, Spadafora, De Mattei, Lanzetta, Gnocchi & Palmaro, Pasqualucci, Guarini, Gnerre, Viglione, Turco, Radaelli, Siccardi, Nitoglia, Gleize, Dumont, de Marco, Fontana e, nel suo piccolo, la sottoscritta (chiedo scusa a chi avessi dimenticato in questo excursus tanto denso quanto rapido nell'immediatezza dello strumento). E non dovranno essi, i Pastori, farsi carico anche dei seri pericoli derivanti dall'enfasi rivoluzionaria di un papa che sembra "regnante" solo per distruggere il Testamento: il "Nuovo ed Eterno Testamento" - parole forti e definitive, che risuonano ogni giorno su ogni Altare, l'Eredità inalienabile consegnata dal Signore alla Sua Chiesa - per sostituirlo con la sua visione intrisa dell'ideologia più retriva e dissolutrice dei valori e dei principi più sacri e fontalmente ineludibili custoditi e trasmessi da La Catholica?

L'ho detto e ripetuto e lo ribadisco ancora, martellando finché non usciranno le scintille, perché sono convinta che è questo il nodo di tutto. Finora le critiche dei cosiddetti conservatori si sono limitate al sinodo, anche se esso è il 'luogo' in cui sono confluiti molti 'nodi' che consentono di riaffermare il primato della Verità e della dottrina... Ma ci vuole un intervento a 360 gradi, anche da parte del card. Burke et alii, non solo sul sinodo - che non fa altro che riprodurre clima e metodi che hanno pervaso il concilio e ne perpetuano quello che Mons. Gheradini chiama il gegen-geist (il contro-spirito) [qui] - ma su tutto quanto sta succedendo e de-formando la chiesa visibile fino, sembrerebbe, al disfacimento. Il Signore ci ha promesso che non praevalebunt; ma, di questo passo, a che prezzo?
Maria Guarini
11 novembre 2014
______________
1. Circa l'EG ricordo le parole di Mons. Burke: "Lo stesso Papa afferma al principio del documento che non è magisteriale, che offre solo indicazioni sulla direzione verso cui condurrà la Chiesa ...Nell'Evangelii gaudium ci sono affermazioni che esprimono il pensiero del Papa. Le riceviamo con rispetto, ma non insegnano una dottrina ufficiale". [qui]
2. «La Chiesa dovrà anche attrezzarsi per mostrare se stessa come esperta di post-umanesimo e così parlare all’uomo d’oggi illuminandone il destino alla luce dell’Evangelo», tirata fuori niente meno che da Mons. Galantino. [qui]
3. Romano Amerio, Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, Lindau, Torino 2009 [qui]
4. «Il problema dell’uomo è il problema dell’adorazione e tutto il resto è fatto per portarvi luce e sostanza». (Romano Amerio, Di un bisogno dei contemporanei, «Pagine nostre», giugno 1926 .
5. Monsignor Gherardini, nel suo Concilio Vaticano II. Un discorso da fare [qui] supplica il Santo Padre di mettere chiarezza in quale misura il Concilio è stato fedele alla Tradizione. Ma poi è costretto a prendere atto di un Discorso mancato [qui]. Insieme a lui e a Mons. Schneider, lo stesso padre Serafino Lanzetta FI auspica un documento metafisico-dogmatico del Magistero per definire l’interpretazione corretta del Concilio [qui] e questo ed altro gli è costato la deportazione...
6. Una traccia di rottura, purtroppo, è stata da me trovata [qui] dal raffronto con l'Enciclica di Pio XII sulla Sacra Liturgia Mediator Dei (1947), alla quale la Costituzione conciliare si rifà e cita espressamente, ma della quale ha espunto, al n.48, una premessa ineludibile. Non senza dover anche rilevare che il n.47 della stessa Costituzione, sulla "natura del sacrosanto mistero eucaristico", passa sotto silenzio sia il fine propiziatorio (espiatorio) del Sacrificio, che il termine transustanziazione, peraltro inopinatamente assente dall'intero documento.
 
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